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Mercoledì all'Università
Un testimone nell'Islam
Ricordando don Andrea Santoro
Altri autori
Luigi Guerra, Piera Marras, Loredana Palmieri
Luigi Guerra, Preside di Scienze della Formazione a Bologna, introduce la serata con quattro semplici osservazioni da lettore di "Lettere dalla Turchia" di don Santoro: 1. autenticità della testimonianza interculturale, sforzo radicale di chiarire prima di tutto chi siamo "noi"; 2. leggerezza, pacatezza della testimonianza, senza eccessi di rappresentazione del sé; 3. attenzione al problema umano/spirituale di ogni singola persona, prima di considerare qualsiasi altra dimensione; 4. testimonianza di cristiano non docile, non facilmente disponibile ad accettare l'equivalenza delle religioni, ma proprio per questo sempre pronto a criticare il cristianesimo non vissuto, a ricordare che il nostro segno è la croce, non la spada.
Piera Marras, che fa parte dell'Associazione "Finestra per il Medio Oriente" di Roma, racconta dei due anni trascorsi a fianco di don Santoro in Turchia, a partire dal marzo 2001. Il richiamo delle terre dell'origine fu sempre molto forte in don Santoro e quando infine fu comandato di andare in Turchia, nella diocesi di Anatolia, gli toccò in sorte di stabilirsi a Urfa (la città di Abramo) ad animare quella che - più che una "missione" - lui chiamava una "presenza". Ogni tre mesi doveva tornare a Roma (scadenza permesso di soggiorno), non operava in una chiesa ma solo in una cappella privata, non poteva in alcun modo fare proselitismo ed era circondato da pochissimi fedeli: eppure la sua era una vita di "santo sacerdote", sempre consegnato pienamente nelle mani di Dio, rigoroso nella liturgia e nel contempo aperto al confronto con tutti gli altri. Nei suoi ritorni a Roma riferiva, discuteva, invitava a testimoniare la propria fede piuttosto che criticare quella altrui. Fondò l'Associazione, ideò il calendario sinottico delle tre religioni, avviò le pubblicazioni del giornalino. A Urfa ebbe anche cura di visitare almeno una volta al mese le comunità cristiane non cattoliche sparse nel territorio: una pratica di dialogo a tutto raggio, un dialogo a volte silenzioso, ma sempre attivo, sempre vivo. Perché - diceva - bisogna onorare il carisma dell'altro.
Loredana Palmieri, anch'ella di "Finestra per il Medio Oriente", racconta invece gli ultimi due anni in Turchia a fianco di don Santoro, che era stato trasferito da Urfa a Trebzon, sul Mar Nero, dove sopravvive una delle due sole chiese aperte su un litorale di 1200 chilometri. Grazie all'impiego di "custode della chiesa" non doveva più rientrare a Roma ogni tre mesi per poi rinnovare il visto turistico, c'era lì una maggiore visibilità e una maggiore ufficialità (ma la comunità contava non più di 10/12 persone e l'ambiente circostante covava più ostilità che non a Urfa). Cambia dunque lo scenario, ma non cambia don Andrea, il cui rigore per i tempi della preghiera, la cui volontà di mantenersi nella piccolezza e nel nascondimento, la cui determinazione a rimanere ancorati alla parola e all'eucarestia restano immutate. Alla chiesa di Trebzon si accoglievano anche gli ortodossi, e inoltre la sera si usciva nei vicoli e si pregava per le giovani prostitute. Don Andrea infatti sosteneva che, paradossalmente, tra le prostitute d'importazione (georgiane e russe) e i portuali musulmani avveniva un dialogo interreligioso. La "liturgia della porta" - accogliere chi viene, andare incontro a chi non viene - si alternava in lui a momenti di intensa contemplazione (lo si vedeva spesso letteralmente inchiodato davanti al Santissimo). Il tragico epilogo del 5 febbraio non inficia la sua opera (ripeteva che voleva solo "prestare la propria carne a Cristo" in quella terra) ma conferma l'urgenza di quella "finestra a due maniglie" (una per aprire dalla nostra parte, una per aprire dall'altra parte) alla cui realizzazione con tanto ardore si era prodigato.


