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I Martedì di San Domenico
Compagnia del Teatro dell'Argine
Un Giardino per OfeliaTiergartenstrasse 4
“Il primo sterminio di massa ad opera dei nazisti fu organizzato a partire dal 1940 circa in questo luogo”, recita una targa posta a Berlino al n. 4 di Tiergartenstrasse, “e proprio da questo indirizzo venne chiamato Aktion T4. Dal 1939 al 1945 circa 200.000 persone inermi furono uccise. Le loro vite erano state definite ‘indegne di essere vissute’. I loro omicidi furono chiamati ‘eutanasia’. Morirono nelle camere a gas di Grafeneck, Brandenburg, Hartheim, Pirna, Bernburg e Hadamar, morirono in esecuzioni di massa, morirono perché programmaticamente avvelenati e lasciati morire di fame. I colpevoli furono studiosi, medici, infermiere, funzionari di giustizia, la polizia, i servizi sanitari. Le vittime erano poveri, disperati, ribelli, o persone in cerca di aiuto. Venivano da cliniche psichiatriche e ospedali per bambini, da case di riposo per anziani e da istituti di assistenza sociale, da ospedali militari e dai campi di concentramento. Il numero delle vittime è enorme, il numero dei colpevoli che furono condannati, piccolo”. Basterebbe questa targa a dare conto dell’intensità di questo “Martedì” in cui le attrici Micaela Casalboni e Paola Roscioli hanno parlato di [messo in scena] Tiergartenstrass 4. Un giardino per Ofelia, atto unico scritto e diretto da Pietro Floridia e prodotto dalla Compagnia del Teatro dell’Argine. La tetra vicenda del progetto col quale le SS misero sostanzialmente a punto, partendo dai disabili, le tecniche dello sterminio di massa per la purezza della “razza ariana” poi perpetrato ai danni degli ebrei, viene qui narrata dal punto di vista di Ofelia (la Casalboni), una ragazza con un forte ritardo mentale, rimasta sola a causa della partenza del padre colonnello per la Polonia occupata e dunque a forte rischio di essere a sua volta “reclutata” per l’Aktion T4, e da quello di Gertrud (la Roscioli), la rigida infermiera destinata a condurre Ofelia al suo destino e che invece si lega man mano a lei, imparando ad amarla – con le sue fragilità di bambina, la cura maniacale riservata ai fiori del giardino, l’incontenibile emotività − al punto da fare di tutto per salvarle la vita. Impossibile dire qui tutte le emozioni che lo spettacolo riesce a trasmettere. Sole, in una scena fredda e grigia di penombre come nella vicenda storica che sta sullo sfondo, le due interpreti vanno infatti ben al di là della narrazione storico-documentaristica – pur rigorosamente presente nel lavoro dell’autore e di loro stesse −, per proporre, in una declinazione che non potrebbe che essere al femminile, la straordinaria capacità dell’umano di resistere a se stesso, di riscattarsi dalla propria iniquità, di trarre la maggior forza dalla più inerme debolezza: come quella dei fiori di un piccolo giardino.


