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Mar, 21/02/2006

I Martedì di San Domenico

Stiamo al gioco

Sport e attività ludica tra formazione, divertimento e alienazione

 

Chiara Sapigni, massimo responsabile nazionale AGESCI, apre citando un convincimento di Baden Powell: il gioco è il primo grande educatore. Ovvio quindi che il gioco sia uno dei cardini dell'attività scoutistica, sia perché abitua alle regole e alla lealtà, sia perché allena a vivere positivamente difficoltà e sconfitte, sia perché esige la presenza e dunque l'accettazione dell'altro, sia perché stimola l'inventività, sia perché favorisce con il passare degli anni una sorta di autoeducazione. Il gioco è un'esperienza integrale che coinvolge complessivamente la persona: stare con gli altri e comprendere il proprio ruolo e i propri limiti significa prepararsi a "giocare nella squadra di Dio" (Powell). Con J�Moltmann si può inoltre dire che va rifiutato il gioco come valvola di sfogo (per non far scoppiare altrove l'aggressività accumulata), e va invece accettato come esperienza di cambiamento possibile, come percorso per vedere lo spazio della libertà; il gioco è infatti un'azione libera e gratuita che dà all'uomo la possibilità di esprimersi come creatura, lo immunizza e custodisce dall'autodivinizzazione e dalla delusione di non poter far tutto. Il gioco dunque ci familiarizza con la gratuità della creazione di Dio (il cui atto è esente da scopi, puro dispiegamento della sua magnificenza) e ci educa alla libertà di essere suoi figli.
Giordano Consolini, responsabile Settore Giovanile Virtus Pallacanestro, si pone il problema (come educatore ma anche come genitore) dell'eccessivo numero di ore in cui ultimamente molti bambini stanno da soli. Gli sport di squadra offrono un ottimo antidoto contro questa deriva, in quanto aiutano a condividere esperienze e obiettivi, ad apprendere a rispettare arbitri e avversari. Il che vale soprattutto per il gioco-sport dei primi anni (minibasket, tra i sei e gli undici anni), ma anche per l'attività agonistica, dove la principale insidia (la distanza tra aspettative del ragazzo e reali possibilità) può trasformarsi in un'occasione per maturare, per imparare a fa convivere i diversi obiettivi (personali e di squadra), per abituarsi a sbagliare superando la paura dell'errore e per scoprire quindi i propri limiti divertendosi. Non a caso, tra gli adulti e professionisti ben remunerati, i grandi campioni sono quelli che conservano in sé un po' del bambino che erano, sono quelli che provano inalterata la felicità di entrare ogni giorno in palestra.
Giorgio Comaschi, celebre attore-regista nonché giornalista sportivo, nota che la prima attività del neonato è proprio il gioco, e che a chiunque si potrebbe augurare di tenere il più possibile il "pantalone corto". Gli scout sono ammirevoli nel loro sforzo di mantenere il gioco allo stato puro (quasi "retorico"), e invece la tendenza generale è un'individualizzazione sempre più marcata del giocare. Ciò che dovrebbe essere una forma gioiosa di comunicazione finisce spesso per essere altro, a causa degli esempi terrificanti che ci circondano. Noi italiani, tra l'altro, siamo specialisti del "tifare contro", un'espressione di sportività assai contraddittoria. Ormai è in vigore una drammatizzazione degli eventi di per sé ridicola che però travolge chi amerebbe giocare e anche praticare uno sport, con senso di sacrificio e di conquista (fattori importanti), ma senza quell'esasperazione del risultato che in diversi casi rende "pazzi" i genitori e perennemente insoddisfatti i bambini. Bisogna dunque, nello sport come nella vita, "stare al gioco" nel senso di preservare il più possibile intatto lo spirito del gioco, perché giocando le cose riescono meglio.

 

Partecipanti: 

Comaschi Giorgio
Consolini Giordano
Sapigni Chiara

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