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I Martedì di San Domenico
tre episodi biblici sulla fede - 3
"Si sono fatti un idolo di metallo fuso." (Dt. 9,11-17)
L'incontro conclusivo del ciclo "tre episodi biblici sulla fede" propone una riflessione intorno al versetto "Si sono fatti un idolo di metallo fuso" (Dt. 9,11-17).
Paolo Fabbri, Ordinario di Semiotica dell'Arte all'Università di Bologna, sceglie di approfondire un ragionamento figurativo e privilegia quindi la questione del "vitello", a scapito della più nota e dibattuta questione dell'"oro". Il grande sforzo monoteistico prodotto dagli Ebrei all'interno della cultura egizia - sforzo di cui Mosè è il prodotto per eccellenza - è la base che può dare ragione di quel gesto di somma idolatria, la costruzione del Vitello. L'Esodo infatti rappresenta il rovesciamento figurativo della presa di distanza dalla cultura politeistica, un'inversione così forte che trova resistenze anche tra il popolo che l'ha prodotta. Per questo la reazione di Mosè è violentissima. La storia del Vitello d'oro è la storia del conflitto tra due scritture, la geroglifica e l'alfabetica, e del rifiuto, dell'allontanamento dalla geroglifica in quanto associata al politeismo. Israele viene così a trovarsi a metà tra la scrittura per immagini, sacra, degli Egizi, e la scrittura fonetica, non sacra, dei Greci. Dopo la distruzione del Vitello e la riscrittura delle Tavole ad opera di Mosè (che ri-scrive le leggi scritte di pugno da Dio), gli Ebrei ereditano le "mura di ferro" della Scrittura, grazie alla quale e con la quale possono girare il mondo.
Fabbri conclude con una "provocazione": la prevalenza millenaria della cultura solo grafica suggerisce quasi di recuperare il Vitello in quanto forza, potenza dell'immagine. Non quindi i frantumi di immagine dell'odierna cultura ma l'immagine-geroglifico, per farne una scrittura dotata di senso.
Mons. Paolo Rabitti, Vescovo di San Marino e Montefeltro, focalizza una triade semantica: res - realtà plenaria che riempie l'Universo; immagine - l'uomo, immagine di Dio; scrittura - la rappresentazione, l'interpretazione. Dio - somma res - si svela velandosi: tutte le cose sono come l'eco congelata dell'interrogativo di Dio ad Adamo: "Dove sei?". Due allora i peccati dell'uomo, secondo San Paolo: non ha dato gloria a Dio, non ha reso grazie a Dio. Dio è il sollecito, mentre l'uomo si caratterizza per mancanza di sollecitudine nei confronti di Dio. Adorare dunque non è gridare e innalzare simulacri, ma un inno del silenzio, un rimanere nella verità. Lo spirito umano diventa infermo quando non ha più la risorsa di vedere la verità, quando tra res e immagine non c'è più linguaggio, non c'è più comunione.
Gli Ebrei non dicono: non vogliamo più Dio. Dicono: non possiamo più sopportare un Dio assente. Quindi fanno un "segno", un Dio cui danno la vita e non da cui deriva la vita. Il peccato non è pertanto un insulto a Dio, ma una manomissione della verità. Il Vitello si ha quando l'uomo crea Dio a propria immagine e somiglianza. Così accade anche oggi e ogni volta che si fa della religione una bandiera, un'arma da brandire, uno strumento. Bisogna tornare alla pienezza della verità: senza Dio, anche la cultura è vana.
Sollecitati dal pubblico, i relatori riprendono a discutere. Rabitti: Gesù è l'immagine del Dio invisibile, è la Parola, ma non ha scritto niente. Fabbri: i tre grandi monoteismi, quelli che si scrivono intorno al deserto, si differenziano proprio per il modo della scrittura (Dio scrive e Mosè riscrive, Dio parla attraverso Cristo che non scrive, Dio non scrive ma detta direttamente a Maometto). Rabitti: spesso tra l'uomo e Dio non c'è sincronismo, non possiamo conoscere né il tempo né il luogo. Fabbri: nella cultura greco-ortodossa l'immagine non è sacra finché non le sono stati fatti gli occhi; la stessa visione prospettica delle immagini è disegnata dal punto di vista di Dio e non di chi osserva. Rabitti: la parola inespressa è il verbo eterno, la parola espressa è il verbo incarnato; e conclude con Eurigene: fino a quando tu non avrai trovato scritto, le parole rimarranno mute.


