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Mar, 02/03/2004

I Martedì di San Domenico

Sorella acqua - 1

 

Scritture d'acqua

Dalla Bibbia alla letteratura del '900

 

Con l'attiva collaborazione di Coop Adriatica e di Gruppo Hera, prende avvio un itinerario d'acqua in tre parti, a esplorare temi e problemi legati a questo elemento cardine della vita. Il primo incontro si concentra sulle testimonianze scritte legate direttamente al tema dell'acqua.
Fra Paolo Garuti o.p., docente di Esegesi del Nuovo Testamento a Roma e Gerusalemme, offre alcune immagini dalla Bibbia per definire il rapporto uomo/acqua in quelle terre non certo pluviali. Per i Filistei (costa dal Libano a Gaza) il dio del grano era un pesce, un mostro marino: lì infatti la fertilità era garantita da una barriera formata da conchiglie che salvava le polle e i campi dall'invasione dell'acqua salata. Nella Genesi (secondo racconto) il giardino piantato da Dio aveva bisogno di un "servo" (l'uomo) incaricato di gestire l'acqua. Mosè in pieno deserto fa sgorgare l'acqua da una roccia (simbolo delle difficoltà anche attuali dei beduini). Nella Bibbia l'uomo percepisce se stesso in rapporto con l'acqua: in ebraico e arabo "sorgente" e "occhio" (lacrimante) sono la stessa parola. Chi ha trovato l'acqua ne è padrone e sta a lui se condividerla con gli altri: legame gruppo umano/vena d'acqua. Nella città invece si utilizza l'acqua di cisterna e solo chi ha grandi case può farne scorta e usufruirne a piacimento. Ma dove si beve essenzialmente acqua conservata, il contatto con l'acqua sorgiva (Gesù alla Samaritana promette acqua "viva") rigenera l'uomo, che riscopre la sua capacità di trasmettere vita, di interpretare il ruolo affidatogli da Colui che l'ha creato: coltivare il giardino e far sorgere l'acqua.
Valeria Cicala, in veste di rappresentante Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, ricorda il magistero di Giancarlo Susini e descrive un breve ma efficace quadro dell'antichità idraulica, dove per esempio gli acquedotti (insieme alle strade) erano un segno forte della civiltà romana, dove le terme pubbliche costituivano un luogo privilegiato di incontro. Acqua fonte di salute, di benessere, associata spesso a un carattere oracolare (nel santuario si prega e ci si cura). Ma anche acqua fonte di paura, di preoccupazione legata soprattutto al mare e alla grande incognita del viaggio. Documenti, iscrizioni, ex voto testimoniano con dovizia questo ambivalente sentimento nei confronti dell'acqua che attraversa tutta l'antichità mediterranea.
Alberto Bertoni, docente di Letteratura Italiana Contemporanea a Bologna, parte da Narciso e dal capovolgimento del detto socratico nel vaticinio di Tiresia che lo riguarda: vivrà a lungo se non conoscerà se stesso. Si riferisce inoltre all'Odissea (ovvero al viaggio per mare) come modello per l'idea moderna di romanzo. Prende quindi in esame alcuni esempi della produzione poetica del '900 - Ungaretti (I fiumi), Montale (Mediterraneo), Sereni (Terrazza) - in cui l'acqua, il mare, il lago diventano strumenti di grande risonanza lirica, nonché la voce "fiume" dei luoghi della letteratura italiana, con un particolare riguardo per il Po. Zavattini nel ritorno a Luzzara, Guido Conti ne "Il coccodrillo sull'altare", Gianni Celati nei Narratori delle pianure esemplificano e testimoniano, ognuno con il proprio stile e il proprio "mondo", un progressivo perdersi, una difficoltà di orientamento, un infinito specchiarsi nell'acqua in movimento che pare il compimento del vaticinio di Tiresia: il destino dello scrittore moderno nostro contemporaneo, che non sa più affrontare i grandi temi collettivi (compreso quello della crisi idrica mondiale), imprigionato dall'immagine che lo specchio d'acqua gli restituisce.

 

Partecipanti: 

Cicala Valeria
Garuti Paolo
Bertoni Alberto

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