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  • Anno Sociale 2007 - 2008
Mar, 23/10/2007

I Martedì di San Domenico

Inaugurazione dell'anno sociale

 

Preti

Ricordando G. Gualandi, O. Marella, P. Serra Zanetti, M. Casali,  e altri

 

Circondato, anzi letteralmente immerso nei grandi dipinti di Antonio Saliola, con i suoi interni ricchi di atmosfere e di mistero, e accompagnato dal violino di Domenico Nordio, che ha eseguito con l'abituale classe musiche di Biber e Bach, mons. Giovanni Catti ha raccontato agli amici del Centro San Domenico, per la serata inaugurale del 38° anno di incontri, una delle sue straordinarie favole. Che avrebbe potuto intitolarsi: «L'abito non fa il monaco, ma fa il prete», giacché la sua rievocazione di alcuni preti bolognesi si è in gran parte giocata sulla «memoria fotografica» del loro abbigliamento. Come ci verrebbe incontro - ha esordito don Catti - don Giuseppe Gualandi, il prete dei sordi-muti? Ma naturalmente nella veste talare (lunga appunto fino al tallone) coperta dalla «soprana», l'abito senza maniche, che ci rivela la sua estrazione sociale alta e l'eclettismo che gli veniva dal diploma ottenuto all'Accademia di Belle Arti prima di dedicarsi agli studi di teologia. E don Olinto Marella? Lui era giunto da Pellestrina a Bologna nella sua redingote, quel soprabito che i preti di quelle parti indossavano nelle occasioni importanti, e teneva ben stretto il suo cappello, segno dell'autonomia che egli rivendicava da ogni altra autorità che non fossero quei bolognesi che, appunto attraverso il cappello, gli davano «la sua musica». Quanto a don Paolino Serra Zanetti ha proseguito don Gianni -, cavaliere disarmato ma temibile a motivo della Bibbia che teneva in mano, ognuno di noi potrebbe alzarsi e raccontarci come andava «non vestito», rivelandoci così l'appassionante segreto della sua elemosina: restare «svuotati», anche dei soldi. E infine padre Michele Casali, nell'abito il suo «bel disordine», che voleva dire un insieme di buon gusto sempre condito da qualcosa fuori ordinanza, «e che in me - ha sottolineato Catti - si traduceva in una sollecitazione ad ascoltare l'altro». Quattro note d'abbigliamento - di look, diremmo nello slang televisivo che tanto di pervade -, a dire di alcune peculiarità che hanno accomunato questi quattro preti di Bologna: come l'impudica imprudenza con cui trattavano il denaro, o il rapporto con le rispettive madri, o anche la notevole cultura investita in un'inusuale tensione all'ascolto; e da ultimo un rapporto di amore così intenso con questa città da non condurli mai a giudicarla. E gli altri? Di tutti gli altri preti della città di ieri e di oggi, quel clero numeroso di cui i nostri quattro costituiscono, per così dire, un campione casuale, mons. Catti ha voluto fare memoria in un modo ancor più singolare: raccontandoci di una torre. Si chiama «Prendiparte», ma è detta la «Coronata» per via di una resega che la contrassegna a 15 metri dalla sua sommità; e si trova in via Sant'Alò 7, dunque nelle immediate vicinanze della cattedrale e dell'arcivescovado. E dell'arcivescovado costituì, per un certo tempo, la prigione: «prigione di preti», preti fuori elenco, preti «altri», santi senza candele, anzi denunciati, carcerati e condannati, dei quali le pareti interne dell'edificio, ancora accessibile, conservano le testimonianza: «sono qui perché ho duellato», «è colpa di quella lettera che ho scritto al vescovo...».
Guido Mocellin

 

Partecipanti: 

Catti Giovanni
Saliola Antonio
Nordio Domenico

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