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Mar, 12/01/2010

I Martedì di San Domenico

L'Italia vista da lontano

Il primo di una coppia di "Martedì" dedicati a incrociare e interpretare gli sguardi che corrono tra l'Italia e gli altri paesi, particolarmente quelli che le sono affini (europei e nordamericani), ha preso le mosse da una difficoltà: non riusciamo più a comprendere i nostri problemi in una visione d'insieme, e pensiamo che uno sguardo rivolto a essi "da lontano" possa aiutarci. Per questo ci siamo messi all'ascolto di due politologi che insegnano o hanno insegnato all'estero e che fanno anche i commentatori per due importanti quotidiani italiani. Ha preso la parola per primo il prof. Vittorio Emanuele Parsi, che ha descritto la debolezza dell'Italia nel contesto internazionale come effetto di due identità dimezzate: da un lato si conosce l'Italia senza gli italiani, e dall'altro si conoscono gli italiani senza l'Italia. L'Italia senza gli italiani è quella che attraversò da protagonista la storia antica, medievale e rinascimentale, ma che da tempo non c'è più, anzi: il suo glorioso passato intimidisce gli italiani di oggi, che di esso non si sentono all'altezza. In posizione speculare stanno gli italiani senza l'Italia: sono quelli che, un secolo dopo l'altro, se ne sono andati, ma senza poter portare con sé, nella loro emigrazione, l'immagine di un sistema nazionale definito, così che sono come orfani di una patria conoscibile e identificabile dall'esterno. "Non ce l'ha fatta, l'Italia, a diventare l'Italia fino in fondo, una creatura politica, una nazione sorella tra le nazioni", ha sintetizzato Parsi. C'è però un punto, a suo dire, in cui in questi quindici anni qualcosa è cambiato, ed è la presenza italiana in politica estera e nelle missioni di peacekeeping. Dopo essersi limitata, nel tempo della Guerra fredda, ad "aderire" alla NATO, nell'ultimo quindicennio l'Italia ha fatto di più, e lo ha fatto con una continuità che è andata oltre l'alternarsi al governo di coalizioni di opposto segno politico. Peccato - ha detto subito la prof.ssa Nadia Urbinati - che il livello del dibattito pubblico interno sia talmente basso da erodere il credito conquistato con la politica estera: ad esempio, il New York Times recentemente ha valutato con molta preoccupazione il cosiddetto "lodo Alfano", salvo poi apprezzare apertamente la decisione a esso avversa della Corte costituzionale. E tuttavia, ha proseguito Urbinati, le vicende italiane hanno se non altro il merito di suggerire al politologo internazionale alcuni spunti di analisi. Uno di questi riguarda un nuovo modo di usare i mezzi di comunicazione di massa a fini di propaganda politica. Un altro è lo stravolgimento della rappresentanza politica, che non fa più da "cuscino" tra la società civile e i suoi interessi organizzati, da un lato, e lo stato dall'altro, ma porta direttamente gli interessi di determinati pezzi della società civile dentro lo stato. E un terzo è l'esacerbazione dell'aspetto esecutivo, del primato del governo sugli altri poteri dello stato, anche quando non vi è alcuna reale emergenza a pretenderlo. Si tratta di tre aspetti che non possono non sollecitare l'interesse degli studiosi, perché conducono in direzione di una trasformazione della democrazia in senso populistico.
 

 

Partecipanti: 

Parsi Vittorio Emanuele
Urbinati Nadia
Mocellin Guido

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