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- I Martedì di San Domenico
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L'indifferenza dalla pagina al film
Nell’anno in cui i “Martedì di San Domenico” hanno scelto come filo conduttore il tema dell’indifferenza, spiega Valeria Cicala in apertura dell’incontro, non poteva mancare una riflessione su Gli indifferenti: il famoso romanzo che Alberto Moravia pubblicò nel 1929 e l’omonimo film che nel 1964 fu diretto da Francesco Maselli.
Alberto Bertoni, che insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, lo qualifica subito come “l’opera sorprendente di un esordiente assoluto”, che a quell’altezza non tornerà più in tutta la sua lunga carriera di scrittore.
A farne un capolavoro concorrono una serie di elementi in perfetto equilibrio: è una storia borghese (ma questo di per sé non ci direbbe molto...); è un romanzo ossessivamente d’interni (molto più del film), e dichiara la sua dipendenza da Pirandello; è radicalmente antifascista, pur concepito – il primo – dentro l’Italia fascista, senza che la censura se ne accorga; è un romanzo freudiano, anche se non esibito, ed è kafkiano, nelle pagine finali di stile giudiziario.
E “da qualche tempo in qua – quasi si confida il prof. Bertoni –, lavorando con gli studenti di oggi, allorché rileggo Gli indifferenti, e non da moraviano, l’attualità del libro mi appare sconvolgente”. In sintesi, “quello che Moravia scrive nel 1929 è attuale adesso, perché è adesso che subiamo le conseguenze della radicale massificazione di allora”. Ne troviamo gli esempi nel grottesco degli arredamenti, persino degli spazi, e nell’ossessivo accumulo di oggetti; o nelle pagine straordinarie sulla moda, cui tanto tiene il manichino-Michele. “Indifferenza come indifferenziazione, come mostra il distico iniziale: silenzio, oscurità.
Per parlare del film Gli indifferenti, il prof. Giacomo Manzoli, che all’Università di Bologna insegna Storia del cinema, esordisce dichiarando che, come spesso accade, il film non rende giustizia al romanzo da cui è tratto: né il formidabile cast allestito per girarlo appare indovinato rispetto ai personaggi da interpretare; e neppure la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico appare qui al suo meglio. Di grande pregio sono invece il montaggio, serrato e inquietante, di Ruggero Mastroianni e la fotografia di Gianni Di Venanzo, che lavora sulle sovra- e sotto-esposizioni, con un set illuminato pochissimo che fa emergere tutti i difetti dei volti e dei corpi dei protagonisti.
E comunque, “possiede ugualmente una straordinaria emblematicità: difficile trovare un film così calato nello spirito del tempo”. Il cinema italiano degli anni Sessanta, nella sua nouvelle vague (Bertolucci gira Prima della rivoluzione, Visconti La caduta degli dei, Lattuada Dolci inganni, Bellocchio I pugni in tasca), si dedica, con ben poca ironia, a narrare la dissoluzione dell’istituzione familiare: ciò che il romanzo di Moravia fa in maniera morbosa.
E se colpisce che tutto ciò si ritrovi scegliendo come soggetto un romanzo del 1929, va tenuto conto che in quegli anni, in Italia, per affrontare le sfide del boom economico con adeguate categorie culturali, si vanno a recuperare gli strumenti di trent’anni prima, quando in effetti la modernizzazione aveva avuto inizio. Insomma: “si racconta la crisi” della postmodernità che avanza, “ma con lo sguardo ancora rivolto all’indietro”.


