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I Martedì di San Domenico
L'(im)prevedibile orrore
Il fenomeno "mamma cattiva"
Stefano Bolognini, presidente del Centro Psicoanalitico di Bologna, rileva che oggi è assolutamente cambiato il livello della censura collettiva. Freud, per buona parte del '900 accusato di esasperato pansessualismo, aveva introdotto il concetto di ambivalenza affettiva, che però pareva sacrilego applicare alla mamma (= essere solo buono). Stress, depressione, necessità di ambiente di sostegno e altre numerose buone ragioni (18, secondo Winnicott) possono tuttavia turbare una madre, e oggi si è costretti a riconoscerlo. La madre, che è contenitore sommo, spesso a sua volta ha bisogno di un contenitore: non solo di un aiuto pratico ma proprio di un contenimento emotivo, per trasformare gli impulsi aggressivi, per contrastare l'emergere più o meno subdolo di sentimenti d'intolleranza nei confronti della prole (difficilmente accettabili per la madre, a livello conscio). Purtroppo la competenza emotiva delle attuali famiglie non sempre è adeguata. Due sono gli aspetti specifici: la difficoltà per molte madri di sperimentare la simbiosi primaria con il bambino, quella fase fusionale in cui madre e bambino formano una felice unità a due corpi (si veda il film Storia del cammello che piange); e, all'opposto, la difficoltà per molte madri di interrompere, di terminare la simbiosi. Nell'un caso come nell'altro, l'impossibilità di mentalizzare quegli impulsi distruttivi che non stanno dentro l'immagine di una madre perfetta può provocare una reazione di tipo esplosivo. E dunque è indispensabile che qualcuno aiuti a dire, a descrivere, a circoscrivere sentimenti così imbarazzanti. Perché ciò che non viene pensato né esposto, agisce.
Daniela Nobili, che ha curato insieme a Glauco Carloni il volume La mamma cattiva. Fenomenologia, antropologia e clinica del figlicidio (edito trent'anni fa e ora ristampato per la sua sconcertante attualità), nota che un qualche genere di impulso distruttivo nei confronti dei figli è naturale in tutti, tanto che ciò che ci appare disumano è invece profondamente umano. Nell'antichità greco-romana il figlicidio era regolamentato e limitato a stento, solo a partire dal III-IV secolo d.C. i limiti diventano rigidi (difficile superare l'idea di "proprietà", e cioè il diritto di vita e di morte esercitabile sui figli). Anche fenomeni di cannibalismo rituale e simili costumi in civiltà diverse dalla nostra testimoniano la diffusa e radicata consuetudine-istinto di considerare il bimbo come una protesi. Psicosi puerperali (turbamenti emotivi determinati dal parto), iperprotezione materna e angoscia di separazione (casi di madri che sopprimono l'adorato figlio il primo giorno di scuola), urla e lamenti del bimbo che fanno "impazzire" la madre perché le ricordano traumi rimossi di sofferenza infantile: la casistica delle mamme assassine è ampia e variata, e suggerisce o dovrebbe suggerire un'enorme pena piuttosto che un orrore nient'affatto imprevedibile. Verso cui non ha senso conservare un atteggiamento rigidamente accusatorio, ma piuttosto disporsi a non sentirsi estranei.
Adriana Scaramuzzino, ViceSindaco di Bologna e giudice di pace, rileva che la minore propensione della donna a delinquere e l'immagine di custode della vita nonché di frequente vittima in ambito familiare fa sì che, nel caso delle madri assassine, ci sia una sorta di arretramento della punizione in favore di ricoveri in strutture psichiche. In pratica, si considera l'uomo per natura "cattivo" (e dunque "normale" quando esercita violenza), la donna per natura "buona" (e dunque "folle" quando esercita violenza). La distinzione trova paradossale riscontro nel mancato diritto paritario (solo nel 1975 riconosciuto a madre e figli rispetto al capofamiglia) e in una riscontrata clemenza che fino a pochi anni fa - in Italia e in Francia, per esempio - ottenevano gli infanticidi per adulterio o per malformazione della prole. Oggi si considerano attenuanti solo le gravi condizioni di abbandono morale e materiale. Va comunque ricordato che la media annuale di episodi accertati si è fortemente ridotta (da 75 a 10) negli ultimi 50 anni e che solo la diversa sensibilità dei media dà l'impressione di un proliferare del fenomeno. Ciò non toglie che le famiglie del duemila, sempre più piccole e compresse, meritino un supporto di reale contenimento, a cui le Istituzioni devono senz'altro contribuire. Ma sempre con prudenza e discernimento: spesso infatti un intervento intempestivo rischia di funzionare da detonatore.


