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I Martedì di San Domenico
L'eredità culturale europea
Per la costruzione di un nuovo umanesimo
Memoria e progetto: su questo binomio - come suggerisce nell'introduzione Maurizio Malaguti - l'Europa deve far leva per l'edificazione di un nuovo umanesimo, un umanesimo che non può non avere radici antiche.
Pier Ugo Calzolari, Magnifico Rettore dell'Università di Bologna, ricorda che conoscere se stessi è l'impresa più difficile e ne è una conferma il recentissimo dibattito sulla Costituzione Europea e il tentativo di premettere a essa un identikit dell'Europa, tentativo "storico" ma doloroso e difficile per via delle antiche lacerazioni del Vecchio Continente. Da anni però due "barbari" bussano alle porte della nostra civiltà: la globalizzazione, ovvero l'arrogante signoria del presente, e il contatto stretto e avvolgente con culture "altre". La sensazione che si cammini verso una dissoluzione di antiche e gloriose culture (vedi il caso del Giappone) riguarda anche l'Europa. C'è speranza? Sì, se sapremo affermare la radicale diversità dell'Uomo rispetto alle cose e agli stessi processi che ha messo in moto, se onoreremo le differenze. Il turbine della globalizzazione sembra buttare le chiavi del passato, quando invece il deposito culturale è l'unico costituente originario, distintivo del nostro essere profondo. L'Europa è uno stretto intreccio nel quale si giustappongono senza confondersi molte diversità: "unitas multiplex", l'Europa si dissolve quando la si pensa come un teorema d'algebra. L'Europa moderna nasce dal conflitto e dalla contrapposizione, con un unico punto in comune: la continua problematizzazione della conoscenza acquisita. Ma una profonda frattura si è aperta: una catena irresistibile ha ridotto la cultura classica in un ridotto angusto. Le Istituzioni culturali, con ragionevole fermezza, devono opporsi a questa tendenza della modernità - il che non implica contrasto tra Scienza (comunemente identificata con il "moderno") e civiltà umanistica, perché anzi è proprio quest'ultima che ha generato la Scienza. E anche il sapere scientifico è frutto di una conquista e come tale suscettibile di andare perduto. Oggi sono a rischio le lingue d'Europa: mentre i Romani apprendevano la lingua dei vinti, in Italia rischiamo di archiviare, con le lingue antiche, anche la nostra.
Giovanni Conso, Presidente Accademia Nazionale dei Lincei, nota che lo scenario cambia in peggio quotidianamente, la discesa pare inarrestabile e induce allo sconforto. Ma c'è il dovere forte di non rinunciare. Quale la bussola? quale il filo da srotolare? La battaglia per i diritti umani può essere la risposta. Non basta però elencarli, occorre lavorare per renderli effettivi. L'11 maggio 1304 (esattamente 700 anni fa) nasceva Francesco Petrarca, il primo grande umanista, che ebbe il merito di incidere sul piano europeo mentre era in vita. Già alla fine del '300 si parlava di "degnità" dell'Uomo e proprio intorno a questo principio l'Europa che si allarga deve costruire la propria identità.
Piero Sartogo, architetto, illustra con l'ausilio di immagini l'ipotetica visione di un archeologo del 3000, che riconoscerebbe in Europa un segno preciso: la città conclusa. Il modello, nato a Mileto e poi migrato nei secoli in tutto il mondo (perché risponde anche a requisiti economici), è quello ben esemplificato dalla pianta di Lucca, ove gli spazi vuoti (collettivi) sono ricavati per sottrazione dalla massa del tessuto urbano. Una struttura che caratterizza le più svariate planimetrie europee (Monaco, Vienna, Venezia, Firenze) in contrapposizione al modello (americano e asiatico) della città moderna come network di elementi intercambiabili. Dunque l'idea-chiave è il vuoto come spazio della collettività, a cui si aggiunge la deformazione degli elementi costruttivi per favorire la percezione di una perfetta geometria da parte di chi arriva a piedi (Piazza del Campidoglio, Palazzo Borghese, e oggi la Nuova Cancelleria dell'Ambasciata Italiana a Washington, che riprende un motivo di Colle Val d'Elsa). La "prospettiva" europea non è così drammatica, a patto che non si prendano a esempio modelli d'importazione (i grattacieli). Resistere alla globalizzazione perversa è dunque difficile ma necessario.


