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I Martedì di San Domenico
La Parola (della) Costituzione
Abbiamo invitato un appassionato "maestro di etica civile" come Gustavo Zagrebelsky perché nel tempo "dei padroni del linguaggio, del rinnovato impero della retorica", ammonisce il prof. Ivano Dionigi nella sua sobria introduzione, è bene intendersi "sulla parola Costituzione e sulle parole della Costituzione": sul valore unificante della Costituzione per la coscienza del paese e sulle "parole irreversibili e necessitanti, dettate dalla semplicità", che la caratterizzano. Dinanzi a un salone Bolognini pressoché gremito, il prof. Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale, conduce la sua memorabile lezione in fedeltà allo schema da lui stesso suggerito, non senza aver premesso di non essere favorevole a interventi di modifica della Costituzione ("un'opera costituente presuppone dei costituenti, e nel momento attuale non vedo in Italia la presenza di figure di questo tipo"), ma piuttosto di riconoscere la necessità di rivitalizzarla, a fronte del reale rischio che venga "svuotata della sua forza vitale". Dapprima insiste sull'idea che la Costituzione non è una legge, e lo spiega analizzando quattro sue caratteristiche. È una norma costitutiva, che costituisce: infatti l'ordine costituito nasce con essa, basti ricordare che cosa era l'Italia alla fine della guerra (al contrario, la legge presuppone un ordine costituito, entro il quale manifestare una volontà). È una norma inclusiva, tende a disegnare il confine di ciò che è legittimo nel modo più ampio: in nome di un più alto obiettivo generale ciascuna delle parti è disposta a rinunciare a qualcosa di particolare (invece la legge è emanata da una maggioranza, perché il terreno della legittimità è già tracciato, il quadro generale consolidato). È una norma di durata, cioè mira a durare anche per le generazioni successive a quella dei costituenti: e secondo molti, la lunga durata di una costituzione è un pregio, significa che è valida (le leggi, invece, hanno l'obiettivo di provvedere a esigenze del momento). È, infine, una norma di autonomia, cioè si fonda su una convenzione, su un patto tacito di reciproca lealtà, senza il quale non vale nulla (la legge è al contrario una norma di eteronomia). Di qui Zagrebelsky passa a sottolineare tre "parole chiave" della nostra Costituzione, alle quali si può far risalire tutto il suo contenuto: dignità e diritti, uguaglianza e democrazia. A quest'ultima, in particolare, è connesso il tema, quanto mai vivo nel dibattito politico e culturale, della laicità dello stato: infatti, afferma Zagrebelsky, "lo stato laico è una conseguenza della democrazia, del rovesciamento del concetto tradizionale secondo il quale il potere discendeva dall'alto". Per effetto della secolarizzazione le forme della vita civile si sono rese indipendenti e "il mondo della religione e il mondo della politica riconoscono reciprocamente di essere, ciascuna nel proprio ordine, societas perfectae: né la Chiesa ha bisogno del braccio secolare dello stato, né lo stato ha bisogno dell'avallo della Chiesa per esercitare la sua autorità".
Guido Mocellin


