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I Martedì di San Domenico
in collaborazione con Fondazione Marino Golinelli
La mappatura genetica delle popolazioni
Appunti per un documento
Prima volta al CSD per la Fondazione Marino Golinelli. "Sulle spalle dei giganti" è il titolo del ciclo di incontri che la Fondazione organizza in tutta Italia per la diffusione scientifica. In questa occasione l'argomento proviene direttamente - come spiega Andrea Zanotti, docente di Diritto Canonico a Bologna - dall'Osservatorio "Scienze della Vita e Nuovo Umanesimo", nato da un convegno del 2000 con lo scopo di colmare la crescente divaricazione tra i settori del sapere, orfani da tempo di un linguaggio comune. E questo bisogno di confronto su categorie da condividere è più che mai urgente quando si parla di un tema come la genetica, denso di implicazioni e di sviluppi così ampi che si stenta a immaginarne i limiti. Il documento che si sta preparando, a cura degli aderenti all'Osservatorio, tenta di chiarire quanti e quali problemi (politici, giuridici, etici) si presentano sul piatto della prossima mappatura genetica delle popolazioni, con la consapevolezza che è necessario diffondere questo tipo di conoscenze e superare quel sospetto che le associa ad antichi fantasmi (eugenetica, razze elette etc.), chiarendo anzi che tali approfondimenti favoriranno la salvaguardia della diversità e smantelleranno i fondamenti dei pregiudizi razziali.
Alberto Piazza, docente di Genetica Umana a Torino, ha il compito di esporre brevemente lo stato dei lavori genetici: la localizzazione dei geni nei singoli cromosomi è completata - per il genoma umano - al 95-98%. Ma è un'operazione così lunga e complicata che, per ora, abbiamo solo il sequenziamento non di un singolo individuo ma di vari pezzi di individui diversi, come un mosaico che forma una sorta di "prototipo". Quanto varia una persona da un'altra in termini di dna? 2 per 1000. E una persona da uno scimpanzè? 2 per 100. La variabilità è comunque bassa e relativa al nostro modo di interrogarla. Quando si passa poi alla genetica delle popolazioni, le condizioni per ottenere un'osservazione significativa sono ancora più vincolanti: occorre esaminare un campione di individui che ha vissuto ininterrottamente per qualche secolo, generazione dopo generazione, in un determinato territorio. E a cosa può servire questo studio? Per andare alle nostre radici (la genetica ha una memoria lunghissima) ma anche per illuminare il futuro (identificare una mutazione patologica può significare curare "a monte" e non "a valle" etc.). Lo studio dei processi evolutivi ha l'enorme svantaggio di non poter essere replicato come un esperimento: qui allora deve subentrare l'interdisciplinarietà, per ricostruire l'evoluzione attraverso strumenti diversi. Queste sono le "Scienze della Vita" che preludono a un "nuovo umanesimo" favorito dalla conoscenza del genoma e delle interazioni tra i geni, che ci suggeriscono, forse, una novità: la stessa evoluzione non è avvenuta solo per selezione, ma anche per altruismo, per cooperazione.
Antonio Autiero, docente di Teologia Morale a Munster (Germania), distingue tre paradigmi consolidati e parzialmente contrastanti dell'etica scientifica: la funzione di controllo, la funzione di gestione, la funzione di accelerazione del consenso. Tutti e tre tengono l'etica sulla soglia del discorso. L'etica è una ricerca di giudizio sull'agire e per l'agire e si muove inevitabilmente tra due poli: il recondito e l'immediato. Da una parte dovrebbe allora fornire una carta valoriale fondamentale, dall'altra un discorso ispirativo del senso del vivere. Quali possibili regole di fondo? Il principio di autonomia (necessità di consenso-assenso di chiunque sia coinvolto, sistema di etica avvocatoria, messa in rete dei diritti di fondo), il principio di terapeuticità (individuare zone di intervento dove si sviluppano stili di vita malsani, in funzione anche del corredo umano), il principio di giustizia (possibilità di una buona vita per un maggior numero di persone, di gruppi, di popoli). Ma il cruccio di tanti è: l'uomo non è abilitato a modificare la propria natura, intervenire su di essa è sacrilegio, è offendere la dignità dell'uomo. Ebbene: la tradizione ebraico-cristiana ci consegna l'idea di una natura umana aperta e dinamica (da darsi, non già data). La dignità dell'uomo deriva dalla sua capacità radicale di autonomia, di assumere responsabilità. E la responsabilità dell'uomo, il "nuovo umanesimo", è quindi anche: non chiudere il Libro della Natura che il Creatore ha voluto aperto.


