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- I Martedì di San Domenico
Ora evento:
La fede e le opinioni
«Si può confrontare la fede con le opinioni? Sì, se la fede è percepita come autentica anche per la credibilità di chi la comunica. Ma si può parlare di verità della fede e di credibilità delle opinioni nel contesto tecnonichilista attuale, indifferente ai valori dell’umano?».
P. Bertuzzi ha introdotto così il “Martedì” pensato come contributo all’Anno della fede indetto da Benedetto XVI, e Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, ha in un certo senso sviluppato la pars destruens del ragionamento: «In effetti, noi abbiamo molte opinioni e poche certezze… Siamo diventati tutti straordinari surfisti della realtà, ma abbiamo perso la capacità di andare in profondità». Dal canto loro, le istituzioni latitano: a partire dalle famiglie, «che sono vasi di coccio, con i genitori che inseguono il mito dell’eterna giovinezza invece di pensare a educare i figli… Viviamo in una società di orfani e in una scuola della vita in cui i maestri sono rari». Quale spazio allora, in questo contesto, per il credente? «C. Sgorlon − ha ricordato De Bortoli − si diceva non in grado di scalare il sesto grado della fede; Papini ammetteva, dopo la conversione, di non avere la pietra di una certezza su cui posare il capo». Dopo la morte delle grandi utopie, dunque, la questione del senso parrebbe non trovare più un luogo dove esprimersi, e restare confinata nella vita privata. E tuttavia… Il card. Carlo Maria Martini, che negli ultimi anni ha tenuto una rubrica sul Corriere, «riceveva per tre quarti opinioni contrarie, specie di non credenti dichiarati», rivela De Bortoli. «Un lettore gli scrisse: “io non credo; ma quella cosa bellissima che è la vita, quando mi sveglio al mattino non posso non pensare che l’abbia creata un essere straordinario”. E Martini rispose: “siamo simili almeno nello stupore davanti al creato”».
È stato così mons. Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini e teologo fine, a cimentarsi con la pars construens della nostra riflessione. Dapprima conducendo i numerosi presenti a prendere consapevolezza di cosa intendiamo con «io credo»: «C’è chi pensa che la fede sia l’ultimo anello di una catena di sillogismi e chi un’emozione; chi pensa che l’importante sia non fare il male e possibilmente fare il bene; chi pensa che “chi ce l’ha e chi no”, come fosse l’influenza…». Poi spostando l’attenzione sul soggetto credente, e ancora sull’oggetto della fede: «Un evento, la morte e risurrezione di Cristo. Dunque la fede mi pone di fronte a un fatto che non posso cambiare, ma solo accettare o rifiutare». E da ultimo esplorando il rapporto tra fede e ragione. «Credo che… perché credo in Gesù: mi fido perché mi affido e mi consegno. La fede è fiducia e assenso, un atto umano perché ragionevole e libero, e Pascal diceva che l’ultimo passo della ragione è accettare un’infinità di cose che la sorpassano». Ma «non è razionale, nel senso di poggiare su prove cogenti. La teologia è il sapere dei credenti, non la fede dei sapienti». Dunque la posizione del credente e del non credente hanno delle analogie: «Il credente è un non credente che ogni mattina si sveglia e lotta per ricominciare a credere… il credente e il non credente abitano nello stesso cuore».


