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  • I Martedì di San Domenico
Mar, 23/04/2013

Ora evento: 

21

I Martedì di San Domenico 43° anno 12° incontro

7° anno degli Incontri a Tema di ASMEPA

 

La cura dell’anima

Il terzo e ultimo, nonché gremitissimo, appuntamento del ciclo di “Martedì di San Domenico” dedicato ai diversi aspetti della “cura” della persona umana (cf. I Martedì n. 311, p. 59, e n. 313, p. 58), ha messo a tema l’anima: “una parola che resiste nonostante sovente sembri, nei nostri cammini culturali, perdere di legittimità” – ha esordito fratel Enzo Bianchi. Il priore di Bose ha dapprima richiamato i riferimenti scritturistici e teologici. Nella Bibbia ebraica l’espressione che torna, nefesh, significa gola, luogo degli appetiti; poi passa a significare la vita umana, la vita: l’uomo è vivo perché il suo corpo ha nefesh. Solo quando il giudaismo incontra l’ellenismo, pensa un nefesh più vicino al greco psiche (i Settanta sceglieranno questa traduzione): la parte immateriale dell’uomo, addirittura la parte vivente oltre la morte. Si può anzi dire che l’annuncio evangelico della “resurrezione della carne”, nella sua materialità, “ha conosciuto ostacoli e ridimensionamenti fin dal suo primo confrontarsi con la mentalità ellenistica” ed è stato rapidamente convertito, specie nel cristianesimo latino e poi romano, in una “immortalità dell’anima”, più agevole da contrapporre alla caducità del corpo fisico. Oggi però anche la riflessione cattolica sull’anima guarda più all’idea di vita interiore e spirituale che a quella di una realtà vivente oltre la morte. In realtà “ogni uomo, non solo il cristiano, vive una vita interiore o spirituale. C’è vita interiore quando un uomo non si lascia vivere, non permette che altri decidano o pensino per lui, non si accontenta di certezze preconfezionate, ma formula domande e cerca risposte”. Nella visione del cristianesimo il “protagonista profondo della vita interiore è lo Spirito Santo, la ruah che ogni uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, riceve”. Dicendosi grato a Bianchi per aver ricondotto il concetto di anima alla tradizione greca più che a quella ebraico-cristiana, l’altro relatore, il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, ha collocato nel XVII secolo, con l’avvio della scienza moderna, la nascita del “corpo medico”, inteso come sommatoria di organi, e di conseguenza il bisogno di una scienza “per tutto quello che non si riesce a spiegare sul piano organico”: una “medicina dell’anima”, dunque una “psichiatria”, come verrà in effetti chiamata. Più di due secoli dopo, e grazie al decisivo apporto di Schopenhauer, Freud individua nell’“inconscio” il luogo della sessualità e dell’aggressività, le due pulsioni fondamentali, in insanabile contrasto con l’io, che resiste all’idea che l’uomo sia solo funzionale alla specie. La psicanalisi nasce per curare l’angoscia che tale contrasto genera. Ma “i problemi che oggi sono in circolazione non sono più affrontabili, come un tempo, attraverso la psicoanalisi”. Oggi, secondo il filosofo, la depressione nasce nell’uomo da una tensione che non è più tra “cosa mi è permesso e cosa mi è proibito”, ma tra cosa mi è richiesto di fare e cosa sono in grado di fare. “La psiche storica, infatti – ha concluso Galimberti – cambia forma: l’anima si è sempre mossa in compagnia della storia”.

 

 

Partecipanti: 

Bianchi Enzo
Galimberti Umberto
Bertuzzi Giovanni

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