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I Martedì di San Domenico
La crisi: economica, politica o etica?
Sono passati 32 anni da quel suo primo "Martedì": era il 22 marzo 1977, e insieme a Ettore Biocca, Giorgio Nebbia e mons. Bernardin Gantin (futuro cardinale) aveva discusso su "Gli uomini attendono ancora civiltà e giustizia". Questa volta - la decima - il prof. Romano Prodi, che nel frattempo è stato alla guida dell'IRI, ministro, capo del Governo italiano e presidente della Commissione Europea, è affiancato solo dai "padroni di casa" Valeria Cicala e p. Giovanni Bertuzzi, ma il tema non è poi molto diverso, giacché gli è stato chiesto di esaminare la presente crisi economica e i suoi risvolti politici ed etici. Davanti alle diverse centinaia di persone presenti, il suo racconto scorre lucido e appassionato: ripercorre il succedersi dei fatti lasciando capire che gli eventi non l'hanno del tutto sorpreso, e insieme offre interpretazioni e prospettive future. Alle origini c'è la crescente disinvoltura delle banche americane (presto imitate da altri paesi occidentali come il Regno Unito, l'Irlanda e la Spagna) nel concedere l'accesso ai mutui, fidando più sulla crescita del mercato immobiliare che sulla solvibilità dei debitori. Poi c'è la cessione di questi debiti alle banche mondiali d'affari; vengono così collocati sui mercati internazionali pacchetti di titoli (i cosiddetti derivati) sempre più ingenti, e si mette in moto un gioco che alla fine coinvolge una larghissima parte degli operatori, convinti che il mercato sapesse autoregolarsi, che non si sarebbe mai arrivati a una crisi di sistema, che il modello fosse infallibile. Infine la decisione, erronea a detta di Prodi, di lasciar fallire la Lehman Brothers ("era uno dei primari operatori del mercato dei titoli di stato statunitense", recita impietosamente Wikipedia), che genera in tutto il mondo finanziario l'incertezza sull'affidabilità delle banche e getta l'intero sistema nel panico, inducendo rapidissimamente, e malgrado i tempestivi interventi dei governi a sostegno delle banche stesse, un'espansione della crisi dalla finanza agli altri settori dell'economia, alle imprese e ai lavoratori. Quando passa a guardare in avanti, Prodi sottolinea soprattutto la necessità che la politica ripristini alcune regole, pur mantenendo a fondamento della nostra economia il mercato. E perché tali regole siano rispettate, occorrerà che siano altrettanto globali quanto il mercato. Di qui la sua convinzione che l'Unione Europea abbia in proposito un ruolo preciso da giocare: queste correzioni del mercato fanno parte del nostro DNA, spiega Prodi, e infatti il modello europeo ora viene studiato con molta più serietà, mentre tornano di moda termini come "economia sociale di mercato" e l'euro attrae paesi finora scettici come la Svezia e la Danimarca e la stessa Gran Bretagna avvia un poderoso esame di coscienza economico? "Di fronte a questa crisi c'è veramente molta domanda di Europa: essa infatti - conclude Prodi - è la più grande realtà economica del mondo, e solo la mancanza di una struttura decisionale comune non consente che queste potenzialità vengano dispiegate in pieno".
Guido Mocellin


