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I Martedì di San Domenico
La creatività nel disagio
Tra arte, spazio e psichiatria
Lo spunto offerto dal "Martedì" di un anno fa, dalla domanda che allora Vittorio Volterra rivolse a Massimo Cacciari, a proposito di quando si dice di un malato mentale che "si fa dei gran viaggi", e di qui l'analisi di altre espressioni come "fuori di testa", "testa vuota" e dei termini stessi di "folle" e "follia"? è brava Diana Mancini a introdurre pian piano i presenti nel tema della serata, che consiste alla fin fine proprio in quella domanda di Volterra a Cacciari: quale rapporto può istituire con lo spazio chi soffre di una malattia mentale? Una possibile risposta viene cercata nella vita e nelle opere di Antonio Ligabue, l'artista reggiano (ma cresciuto in Svizzera) che incarna il "mito" romantico dell'uomo trovato nei boschi, senza storia, incapace di comunicare, ma che riscatta la sua follia col genio pittorico innato. Ne parla col rigore dello storico dell'arte e con l'affetto che questo personaggio ha suscitato in tanti di noi (magari avendolo conosciuto tramite la straordinaria interpretazione che ne diede Flavio Bucci in un film-tv del 1977) Marzio Dall'Acqua, soprintendente archivistico dell'Emilia Romagna; e lo fa dopo averci fatto gustare il documentario Lo specchio, la tigre e la pianura, che Raffaele Andreassi dedicò a Ligabue nel lontano 1960. Apprendiamo così che Ligabue, dopo che era già stato espulso da un istituto differenziale, ha conosciuto per la prima volta il manicomio in Svizzera, nel 1917 (aveva 18 anni), dove rimane tre mesi a seguito di un forte scontro con la madre adottiva (li lega un amore intenso e profondissimo, ma che determina una personalità alterata). Trasferitosi a Gualtieri (RE), entra in forte crisi relazionale, è aggressivo e scontroso e subisce un nuovo ricovero nel 1937, al San Lazzaro di Reggio Emilia (dove per rasserenarlo basta dargli i colori) e ancora nel 1945, quando vi resta tre anni, "ma è la sua fortuna: vi arrivano numerosi intellettuali, lo conoscono, lo diffondono", anche se è dal 1928, cioè dall'incontro con Marino Mazzacurati, che abbiamo dei quadri di Ligabue. Tocca al prof. Vittorio Volterra, psichiatra, curatore nel 2002 del volume Melancolia e musica. Creatività e sofferenza mentale, concludere spiegando che il rapporto arte-follia è un rapporto strettissimo: sin dai tempi antichi, l'artista veniva considerato tale purché avesse un certo grado di melancolia (la bile nera). Certo, l'artista è un uomo mai in pace con se stesso, e per questo capace di esprimere una grande creatività, ed è noto che pittori come Van Gogh e Goya non hanno perso le loro qualità proprie, pur avendo attraversato la psicoticità. Ma la produzione di un folle può essere considerata libera? Forse, afferma Volterra, la risposta si trova in queste parole di Karl Jaspers: "Lo spirito creativo dell'artista, pur condizionato dall'evolversi di una malattia, è al di là dell'opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell'opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita".
Guido Mocellin


