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Mar, 08/04/2003

I Martedì di San Domenico

"L'uomo al punto" - 3

 

Il volto della fine

L'immagine della morte nell'arte: tra Riforma e Controriforma

 

Il terzo incontro del ciclo "L'uomo al punto" si occupa delle immagini della morte, di come la si rappresentava o si alludeva a essa nel secolo per eccellenza consacrato al "culto" della morte: il Seicento.
Adriano Prosperi, docente di Storia dell'età della Riforma e della Controriforma a Pisa, spiega come soltanto a partire dagli anni '30 del Novecento si sia inaugurato un filone di studi che concentra intorno al tema della morte una serie di ricerche storiche. Ricerche assai proficue perché, fino almeno al Settecento, la vita intera era organizzata in funzione dei morti, tant'è che il documento per eccellenza - il documento obbligatorio - era il testamento. E mentre oggi prevale l'auspicio di una morte indolore, non percepita, in passato la buona morte era quella prevista, attesa, e pessima morte invece quella che giungeva improvvisa, che ghermiva. Il punto capitale è quindi la preparazione alla morte, preparazione per cui esistevano accuratissimi manuali. Fino al Settecento, infatti, la "convivenza" tra vivi e morti è indiscutibile (camposanto come immagine in cui la città dei vivi deve rispecchiarsi) e la morte non è fatto privato ma pubblico, tant'è che specifiche istituzioni protettive svolgevano la funzione di accompagnare chi percorreva l'ultimo tratto di vita. Tra esse, si segnala per organizzazione e influenza la bolognese "Confraternita di S. Maria della morte", di cui Prosperi esamina in particolare il servizio di assistenza al condannato a morte (persuasione, conforto, accompagnamento fisico durante il rito-spettacolo dell'esecuzione), servizio ampiamente testimoniato, oltre che dalla rigorosa documentazione dell'epoca, sia da libretti di oratori e di laude musicali sia da numerose piccole immagini double face di martiri (un'immagine per il condannato, un'altra per la folla), che i Confratelli utilizzavano, nel percorso di avvicinamento al patibolo, per separare lo sguardo del condannato da quello della folla ed esortarlo a incontrare con dignità e fede il momento finale.
Vera Fortunati, docente di Storia dell'Arte Moderna a Bologna, propone - con l'ausilio del proiettore - un'ampia carrellata di opere seicentesche che appartengono a un genere specifico, la "vanità". Preceduta, nel Cinquecento, da libri di emblemi e da trattati di iconologia, che provvedono a una prima sistemazione allegorica, la "vanità" - ovvero quella che, a partire dal Settecento, sarà chiamata volgarmente "natura morta" - diviene nel Seicento una vera e propria riflessione pittorica sul tema della morte. Fortunati illustra e commenta oltre venti opere di autori fiamminghi, francesi e italiani, rilevando da una parte le complesse combinazioni di simboli (di cui alcuni espliciti e ricorrenti, altri impliciti e quasi criptici) e dall'altra la diversa temperatura stilistica ed emotiva che caratterizza il singolo autore o la scuola da cui provengono i dipinti. E mentre nel Sud Europa la morte viene rappresentata tendenzialmente in associazione/contrasto con il corpo e con i sensi, nel Nord Europa prevale la visione di una morte raccontata soprattutto con gli oggetti. Quest'ultima è propriamente la "vanità", inventata da David Bailly intorno alla metà del Seicento e diffusasi dall'Olanda in tutta Europa, a ritrarre la fragilità della vita e l'incontro inevitabile con la morte. Una morte che non è solo fonte di terrore, ma elemento estremo con cui dialogare, e attraverso cui trovare misteriosamente la via della salvezza. E proprio la pittura - in quanto vanità somma, vanità della vanità - pare essere per questi autori l'unico strumento con cui, accentuando i mezzi espressivi, amplificando all'infinito la gamma iconologica, è possibile rappresentare il mistero della morte/salvezza.

 

Partecipanti: 

Fortunati Vera
Prosperi Adriano

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