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Mar, 04/11/2003

I Martedì di San Domenico

Il primato di Pietro

Alla luce della Ut unum sint

 

Introdotti da fra Riccardo Barile o.p., Priore del Convento San Domenico, tre autorevoli esperti hanno il compito di illustrare la prospettiva aperta da Giovanni Paolo II con l'enciclica Ut unum sint (1995) a proposito di una questione assai delicata: l'esercizio del primato pontificio.
Antonio Acerbi, Direttore del Dipartimento Scienze Religiose alla Cattolica di Milano, ripercorre le fasi storiche che hanno portato alla formulazione dell'assolutezza del potere papale (nessuno può dire al Papa: "Cur ita facis?"), chiarendo che soprattutto nel '5/600, senza l'autorità straordinaria del Papa, vescovi e cardinali (rappresentanti dei rispettivi sovrani prima ancora che della Chiesa) avrebbero dato vita a una miriade di Chiese territoriali, compromettendo l'unità cattolica. Il primato costituiva quindi una garanzia, un centro ineliminabile. Oggi, al contrario, la Chiesa è diventata realmente universale e il centralismo soffoca diversità culturali difficilmente dominabili, finendo per rendere precaria quell'unità di cui prima era garante. Occorrerebbe perciò, in accordo con il Vaticano II che indicava l'obiettivo della "collegialità episcopale", reintrodurre l'articolazione dei Patriarcati, il criterio del governo sinodale e una serie di diritti delle Chiese. Non dimenticando che lo stesso Vaticano I, pur affermando il potere assoluto (nei casi di eccezione), non sancisce il regime assoluto - ovvero permanente, estensivo - del Papa.
Marco Politi, corrispondente a Mosca per il Messaggero e ora vaticanista per Repubblica, rileva che quello del riesame del primato è uno dei tre grandi semi gettati da Giovanni Paolo II per il futuro, unitamente alla convocazione ad Assisi dei rappresentanti di tutte le religioni e al "mea culpa" dell'anno giubilare. Di fatto Vaticano II e Ut unum sint considerano esaurita la fase compresa tra il Concilio di Trento e il Vaticano I - una fase di grande difensività (dagli scismi, dagli Stasi assoluti, dal secolarismo) -, anche in virtù dell'irrompere dell'opinione pubblica (cattolica e non) nella vita della Chiesa, soprattutto a partire dal secondo '900. Però dal 1995 nulla si è mosso, perché papa Woityla, mentre con la sua grande personalità ha costituito un punto di riferimento realmente universale anche per i non-cattolici (tanto da far recitare alla Chiesa un ruolo di superpotenza spirituale), non ha però finora autorizzato passi concreti bensì solo interpellato le Chiese sorelle. La questione è più che mai aperta, ma una cosa è certa: l'attuale modello non può andare avanti in una Chiesa con oltre un miliardo di fedeli.
S.E. Cardinale Achille Silvestrini, Prefetto Emerito della Congregazione per le Chiese Orientali e protagonista della politica vaticana negli ultimi decenni, sottolinea il coraggio di Giovanni Paolo II nel mettere in discussione il proprio stesso potere e segue l'itinerario concettuale dell'enciclica, che conferma il principio fondamentale del ministero del successore di Cristo, da compiersi però in comunione con il Collegio episcopale (tanto che esistono due autorità piene e universali: il Papa e il Collegio), come accadde per esempio nel Concilio di Ferrara e Firenze del secolo XV. Ma come mettere insieme le due potestà? Bisogna andare verso un'unità che riconosca le differenze, perseguendo la comunione indicata dal Vaticano II ma evitando di imitare le forme degli Ortodossi (che chiedono il Patriarcato) e considerando con prudenza la proposta di un Sinodo periodico stabile a Roma, che rischierebbe di sovrapporsi alla Curia. Bisogna studiare e lavorare ma non essere impazienti: il tempo porterà le Chiese a convergere, cerchiamo intanto di non urtarci a vicenda.

 

Partecipanti: 

Barile Riccardo
Acerbi Antonio
Politi Marco
Silvestrini Achille

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