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I Martedì di San Domenico
Il Mistero
Fede, ragione e religione a confronto
Ammettere il mistero - esordisce fra Giovanni Bertuzzi o.p. - significa ammettere i limiti della nostra capacità di rispondere/risolvere i problemi della vita. E introduce l'argomento partendo dall'ammissione del filosofo Norberto Bobbio, che non si considerava né agnostico né ateo - pur essendo non credente - perché la ragione lo poneva inevitabilmente di fronte al mistero.
Antonio Maria Baggio, che insegna Etica Sociale e Filosofia Politica alla Gregoriana di Roma, riconosce che Bobbio e alcuni altri grandi pensatori hanno il merito di interrogarsi con sincerità, ma la loro domanda esclude a priori una risposta, perché intende la fede come adesione a qualcosa che sta fuori dal soggetto (mentre è un momento esistenziale in cui la verità fa irruzione e viene riconosciuta come evidente). Il depotenziamento della ragione, innescato da Kant, inverte il concetto di "intelletto" che già Platone e Aristotele considerano una facoltà di quiete, la facoltà di accogliere, con un unico atto, ciò che è più grande di sé. L'intelletto è una facoltà passiva: ha la capacità di smettere di ragionare e di accogliere, di "ricevere il dono di" (amicizia, amore, matrimonio sono impensabili senza l'apertura "intellettuale"). Kant ha spento questa facoltà, prendendo a modello la fisica di Newton. Che Dio non sia qualcosa di esterno è anche la grande testimonianza di Agostino. Dio non può essere la conclusione di un ragionamento (è semmai il principio). Ma la stessa tradizione dell'Occidente (vedi Parmenide, vedi anche il "demone" di Socrate) è in gran parte il racconto di un'esperienza mistica, in cui la ragione si arresta per lasciar spazio al divino che è in ognuno di noi. E proprio nella dimensione interiore il mistero "si svela". Probabilmente il Cristianesimo è bambino, è ancora agli inizi, usa ancora categorie pre-cristiane. Occorre invece vincere la camicia di forza del ragionamento in favore dell'intelletto d'amore, che si lascia catturare e definire (e non pretende di fare altrettanto).
Fra Giuseppe Barzaghi o.p., che insegna Epistemologia Teologica all'Università San Tommaso di Roma e a Bologna, suggerisce che il mistero è un'oscurità splendida. Che esiste il mistero è reso evidente dal fatto che tutti, in un modo o nell'altro, ci commuoviamo (la compassione indica una nostra perfetta permeazione col reale). La ragione diagnostica il mistero (che non è l'ignoto, bensì il noto incomprensibile): intende l'"intero", il telaio di tutte le cose, a fondamento del quale esiste una coscienza assoluta, che noi chiamiamo Dio. La fede invece è la manifestazione del mistero, che è Cristo (vedi San Paolo). La ragione coglie il contorno, la fede teologale contempla il contenuto del mistero con gli occhi stessi del mistero (dal punto di vista di Dio). E la religione? La religione è una proiezione, in cui si estroflette tutto ciò che si ha di umano e lo si appiccica come un francobollo a Dio. La religione è una manifestazione umana (il culto reso a Dio), certo non inutile, ma che a volte costituisce un intralcio, per il binomio ragione-fede, all'incontro col mistero. Perché Dio, guardando sé, guarda me e vede sé (metafisicamente parlando): quindi si cura di me come si cura di sé. Nel mistero (che la ragione inquadra e la fede coglie) Dio si offre divinamente all'uomo, nella religione l'uomo si offre in modo umano a Dio. E il mistero per eccellenza - il mistero dell'incarnazione - testimonia proprio questo "incomprensibile" processo: Dio si fa uomo perché l'uomo divenga Dio.


