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I Martedì di San Domenico
Identità e dialogo
Guido Mocellin, che scrive per Il Regno e I Martedì, ricorda il recente slittamento classificatorio (da laici/cattolici a credenti/non credenti/diversamente credenti) che fa seguito a un'accentuata pluralizzazione tra i battezzati e anche tra i non-credenti, nonché a prese di posizione a volte molto forti, in cui prevale l'intento di rivendicare a tutti i costi una propria identità. Al di là di alcuni eccessi, il fenomeno testimonia un bisogno diffuso e profondo, un bisogno di riconoscimento e di orientamento, che è probabilmente più culturale che religioso.
Giuseppe Barzaghi OP, che insegna Epistemologia teologica a Bologna, spiega che l'idea di dialogicità comporta un ribadire la propria identità. L'identità A=A, infatti, porta in sé l'esclusione dell'altro da sé, ma la porta in sé. Ovvero: "A non è non A" significa che dove c'è identità c'è sempre la compagnia dell'altro. Condizione indispensabile del dialogo è dunque l'identità. Inoltre: la fisionomia particolare della vita cristiana coglie il senso della sofferenza e la compassione che la accompagna. Nella rivelazione cristiana il cuore di tutto è concentrato in una battaglia di cui le sofferenze sono un'emanazione. Ma appunto: nella vita cristiana non esiste antagonismo bensì agone, cimento con se stessi, e per il cimento bisogna essere forti nell'animo. E anche riconoscere che ogni alterità è a sua volta un'identità.
Peppino Ortoleva, che insegna Storia dei mezzi di comunicazione a Torino, ricorda alcuni passaggi che hanno portato all'attuale "moda": Il sosia di Dostoevskij ossessionato dall'identico, il mito della Nazione tra '800 e '900, la sindrome delle identità multiple in psicologia, l'esplosione del concetto di "cultura" come ciò che distingue un popolo etc. Ma trattare i popoli come fossero individui è abbastanza pericoloso. D'altronde, prendendo ad esempio i non-credenti, si possono distinguere atei (che si fanno domande e si danno risposte), agnostici (che non si danno risposte), indifferenti (che non si fanno domande). Dunque l'identità dei non-credenti è solo negativa e nessuno può parlare a loro nome. Altro esempio: le radici cristiane dell'Europa sono un'ovvietà storica, ma se diventano ideologia identitaria allora si svilisce il cristianesimo, che è progetto più che radice. Anche per un ateo, tra l'altro, il cristianesimo ha due grandi motivi di fascino: è l'unica fede in cui Dio è stato ateo per cinque minuti, e la sua Chiesa è stata costruita da un uomo che per tre volte aveva rinnegato Dio. Davvero, come dice Arendt, la comunicazione umana è un mistero: se si è diversi non ci si capisce, se si è uguali non si ha niente da dirsi. Dialogare è un'arte, e come tale va coltivata.
Alberto Melloni, che insegna Storia contemporanea a Modena-Reggio Emilia, spiega che la recente domanda di identità nasce come risposta a un senso di disagio, come farmaco per la paura di fronte al mondo che cambia. Conseguenza assai sgradevole: sensazione che il dialogo è un lusso che non ci si può più permettere. Dopo il 1989 è ritornato in primo piano il tema dell'identità sia nazionale che religiosa, con relativi fondamentalismi (cristiano, musulmano, ebraico, indù). Da ogni parte si contrappone l'identità al dialogo, si nega il grande valore della separazione degli ambiti (scoperta di metà '800). La paura è il contrario della fede e oggi si usa l'identità per solleticare la paura. E invece il Cattolicesimo, soprattutto in Italia, è stata una grandissima fabbrica di universalismo, perché fin dall'inizio porta dentro la polarità con l'ebraismo. La paura attecchisce in chi vive in uno stato di incultura, di ignoranza della propria fede. Prevale la paura e la prima cosa che crepa è la carità. Per fortuna la grande intuizione profetica di Giovanni Paolo II ad Assisi (2000) ha impedito letture ulteriormente bellicose degli eventi che dal 2001 si sono succeduti, riaffermando il grande contenuto dell'universalismo cristiano: interpretare l'altro senza farsi intimidire dalle emergenze patologiche e valorizzandone la peculiarità.


