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I Martedì di San Domenico
I domenicani e il caso Mortara
Angelo Varni, che insegna Storia del Risorgimento e Storia del Giornalismo a Bologna, descrive la situazione di Bologna nell'annno 1858, una città che dopo l'esperienza napoleonica è indubbiamente cambiata: esprime per la prima volta un gruppo dirigente, palesa esigenze di crescita economica (su 75.000 abitanti ben 25.000 sono dichiarati "poveri"), anela all'autonomia dalla Roma pontificia e a far parte di uno Stato moderno. Pochi mesi dopo gli eventi precipitano e Bologna cambia faccia (nel giugno 1859 il Legato Pontificio abbandona la città). Ma intanto il caso Mortara ha un'eco internazionale, perfino oltreoceano: si coglie il pretesto per attaccare l'oscurantismo della Chiesa, si tiene viva la polemica, si realizzano spettacoli teatrali sull'argomento. Si tratta quindi di un caso non unico ma emblematico dello scontro fra mondo antico e mondo nuovo, che proprio in Bologna, considerata nei libri di viaggio europei una città di second'ordine, ancora "prigioniera" del potere temporale dei Papi, trova lo scenario ideale.
Massimo Mancini OP, che insegna Storia della Chiesa alla Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna, riassume gli eventi che hanno per protagonista l'ebreo Edgardo Mortara, a sette anni battezzato segretamente dalla domestica perché ritenuto in punto di morte: la notizia emerge qualche anno dopo e giunge all'orecchio (26 ottobre 1857) dell'Inquisitore di Bologna Pier Gaetano Feletti, il quale dopo lunga trafila di udienze e consultazioni, prima propone alla famiglia di mettere il bimbo in un'istituzione cattolica, poi - di fronte al rifiuto - manda i gendarmi pontifici a prelevarlo per condurlo a Roma in un Istituto per neofiti (24 giugno 1858). Feletti, domenicano, ricordato come ultimo Inquisitore, è in pratica un funzionario dello Stato che procede quasi per inerzia, secondo una direttiva che a partire da Benedetto XIV vieta il battesimo forzato dei bambini ma lo approva se effettuato in pericolo di morte. In tali casi è dovere della Chiesa provvedere all'educazione cristiana del bambino e dunque sottrarlo ai genitori ebrei. La crisi del 1859, con l'abolizione dell'Inquisizione etc. porta, qualche tempo dopo, all'arresto di Feletti e a un processo in cui però viene assolto "perché l'ablazione fu fatto di Principe" (cioè atto del Governo). Mortara, quando Roma cade nel 1870, viene fatto fuggire all'estero: avrà una lunga carriera ecclesiastica e compilerà anche un memoriale, totalmente favorevole alla Chiesa. Oggi, ovviamente, la questione non si porrebbe più nei termini di sottrazione forzata alla famiglia, ma lo spirito di fondo (e cioè legittimità del battesimo in periculo mortis anche contro la volontà dei genitori) non è mutato, come conferma una nota del 1983 al "Codice di diritto canonico".
Mauro Perani, che insegna Ebraico e Storia dell'Ebraismo a Ravenna e Bologna, rileva che centinaia furono i casi del genere nel corso del tempo (non quindi una specificità bolognese) e fa risalire il problema al mutamento di strategia nei confronti degli ebrei successivo al Concilio di Trento: mentre prima, infatti, si cercava di convertirli attraverso le Scritture (vedi grandi dispute del Duecento), dopo il Concilio prende avvio una poltica conversionistica molto più marcata (s'istituiscono i ghetti, la Casa dei Catecumeni, si obbligano gli ebrei a prediche forzate in Quaresima etc.) fino appunto alla normativa di Benedetto XIV. Principio di base: gli ebrei sono in una condizione servile (non penale ma civile). Di conseguenza la casistica relativa alle conversioni era totalmente squilibrata a favore dei cristiani, con alcune opzioni che agli occhi di noi moderni appaiono grottesche. Ma a dire il vero solo nel 1965 si può parlare di pieno riscatto dell'immagine degli ebrei (Giovanni XXIII), e solo con Giovanni Paolo II se ne completa il riconoscimento. Mortara visse fino a 90 anni, fu canonico regolare lateranense, scrisse il memoriale, commentò in modo affettuoso e commosso il primo incontro con l'Inquisitore, ma fu una persona tormentata, ebbe gravissime crisi depressive. Tutto va rivisto naturalmente in una prospettiva storica, e non si possono quindi condannare né l'Inquisitore Feletti né Pio IX per lo "scippo" del bimbo alla famiglia. Così anche il rapporto Cristiani-Ebrei lo si deve valutare considerando insieme Benedetto XIV, Pio IX, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II. Senza tuttavia dimenticare né minimizzare la condizione di eclatante inferiorità in cui per secoli furono tenuti gli ebrei.


