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Mercoledì all'Università
Figli degli anni di piombo
Dalla parte delle vittime
Il tema, portato alla ribalta dal libro di Mario Calabresi Spingendo la notte più in là, dedicato a suo padre, e dai recenti avvenimenti in occasione della celebrazione del quarantesimo anniversario dell'attentato alla stazione di Bologna, è stato sviscerato grazie agli interventi e al corposo dibattito che è seguito. Benedetta Tobagi ha introdotto l'argomento con un breve estratto di un documentario da lei realizzato, in cui è stato montato l'unico documento audio di un attentato, quello dell'esplosione di Piazza della Loggia, registrato perchè in quel momento si stava tenendo il comizio di una manifestazione antifascista, con immagini del presente. Questo perchè le domande di ogni storico o analista partono dal presente per affondare le relative ricerche nel passato. E il terrorismo in Italia è ancora presente, non solo perchè sono rimaste in sospeso molte domande, ma anche perchè alcuni processi sono ancora in corso. L'unico modo per tentare di superare l'impasse che si è venuta creando è, allora, ricorrere alla ricostruzione storica. Ma quale ricostruzione, e con quale prospettiva? Questa è la questione portata dal gruppo di studenti dell'Università di Trento, coordinati dal prof. Alberto Conci, che hanno realizzato il libro Figli degli anni di Piombo. Dalla parte delle vittime, anche se bisogna precisare che forse sarebbe meglio parlare di "voci delle vittime", perchè la storia, la memoria collettiva di un paese, non è fatta di parti ma di una molteplicità di voci. L'intervento dello stesso Prof. Conci ha esplicitato meglio quello che si è cercato di fare: grazie al libro di Calabresi il tema del periodo del terrorismo è tornato al centro del dibattito pubblico. Ci si è chiesto però che significato poteva avere questo dibattito per il mondo giovanile, che non solo non ha mai avuto contatto nel vissuto, ma è anche lontano dalle questioni ideologiche di allora. Bisognava però scegliere una delle prospettive possibili, e alla fine è stato scelto di far parlare i familiari delle vittime, anche perchè è assurdo che in Italia - anomalia unica - la ricostruzione degli eventi è affidata, di solito, agli esecutori delle stragi, senza nessuno che sappia ascoltare l'altra parte. Le vittime, certo, non possono parlare. Ma può farlo chi ha vissuto non solo la tragedia del momento, ma i suoi strascichi, l'assenza, chi insomma ha visto la sua vita determinarsi (e non solo influenzarsi) a partire da quel momento. Dieci lunghi dialoghi, durati a volte tanto da essere sfiancanti per gli stessi ragazzi, dai quali è emerso chiaramente che la risposta non può essere semplice. Dieci dialoghi che hanno raccontato storie diversissime tra loro, di parenti di vittime sia del terrorismo di sinistra che di destra, e soprattutto non sempre storie "famose" come possono esserlo quella della vedova di Moro, ma anche semisconosciute come quella di Vittorio Bosio, fratello di Annamaria Bosio, morta a Bologna con il marito e il figlio, che ha raccontato per la prima volta, dopo 28 anni, a questi ragazzi. Spesso ci si dimentica di quante siano state le vittime del terrorismo: più di 400, riassunte in un libro che il Presidente Napolitano, l'anno scorso, ha presentato. Sono poi intervenuti due studenti coinvolti nel progetto, che hanno parlato sia dello spirito con cui hanno accettato di farne parte, sia dell'organizzazione materiale del loro lavoro: dopo la lettura del libro di Calabresi si sono incontrati ogni domenica, all'inizio per documentarsi in generale sul periodo storico, poi per preparare le domande dopo essersi documentati sul caso particolare. Dopo la pubblicazione del libro è cominciato il giro delle presentazioni, fino ad arrivare al Quirinale. Infine, l'intervento di Benedetta Tobagi, il più ricco e denso: partendo dalla sua esperienza, ha raccontato di come parlando con gli studenti delle superiori abbia, prima di cominciare ogni incontro, chiesto a loro di dare una definizione di terrorismo, e di come la risposta che ne è uscita fuori ogni volta non è stata semplice: questo alla luce del fatto che neanche l'ONU ha una definizione di terrorismo. Perchè? Perchè farlo significa tenere conto di diversi fattori: in generale, si può dire che l'azione terroristica vuole influenzare o modificare il sistema politico. Ma i mezzi e gli scopi sono molteplici: si può ricorrere al puro terrore con le stragi, o al danneggiamento di simboli, o all'uccisione di singole persone ritenute importanti. E può avvenire per motivi politici o religiosi: dopo l'11 settembre c'è stata una diversa percezione del fenomeno. Il terrorismo in Italia ha avuto caratteristiche particolari. Innanzitutto, è durato tanto, a Bologna soprattutto, ed anzi continua a serpeggiare ancora adesso (vedi il caso Ichino). Un altro fattore importante, indicato anche prima, è la ricostruzione affidata ai colpevoli, che intellettualmente, oltre che moralmente, non sta in piedi. Fortunatamente, nonostante la disinformazione soprattutto ad opera dei giornalisti che affrontano il problema con superficialità, ci sono cambiamenti importanti: ad esempio, sta crollando il "mito romantico del terrorista", ancora avvertito dai giovani: si credeva che i terroristi fossero persone che avevano portato all'estremo il senso di giustizia, avvertito in un paese come l'Italia in cui da sempre si lamentano malfunzionamenti, ma la verità è ben lontana. I terroristi, nella stragrande maggioranza dei casi, intendevano proprio colpire la parte migliore del paese nell'ottica del "tanto peggio, tanto meglio". Il tutto per accelerare la rivoluzione. Inoltre quest'anno, nel 40esimo anniversario delle strage di Bologna, Napolitano ha ufficialmente detto che lo stato italiano non ha dato giustizia alle vittime e ha addirittura colluso con gli stragisti, e non solo: le vedove Calabresi e Pinelli si sono incontrate. Questo è un segnale forte: si è ammesso che entrambi sono stati usati come simboli per evitare il dialogo. Elaborazione però non significa amnistia, non significa coprire il tutto ma al contrario far si che la verità venga a galla. La Tobagi ha poi parlato della figura di suo padre, giornalista non schierato ideologicamente, tanto che veniva bollato come "di destra", pur essendo socialista. Alla conferenza è poi seguito il dibattito, incentrato sulle questioni irrisolte del periodo: quanto e fino a che punto lo Stato ha colluso o ha chiuso un occhio? Com'è possibile che ci sia carenza di informazioni? Quali sono le differenze tra vecchi e nuovi brigatisti? Le risposte, naturalmente, non possono essere univoche: quella del "doppio stato" è una vulgata, molto semplicistica, e se assunta come unico criterio è deformante; bisogna anche tenere presente la dimensione internazionale della contrapposizione in blocchi. La scarsità di informazioni è dovuta all'assenza di una cultura archivistica che ponga lo Stato al servizio dei privati cittadini, come negli Stati Uniti ad esempio. Per quanto riguarda le vecchie e nuove BR, si può dire che non siano cambiate più di tanto, ma è la realtà che è diversa e quindi sono posizioni ancora più fuori dalla realtà di quanto lo erano negli anni '70 e '80. La colpa può anche essere in parte imputata allo Stato, che ha abbassato la guardia fino al punto, per esempio, di non proteggere Marco Biagi, pur avendo riconosciuto tardivamente che ne avrebbe avuto bisogno. Ma allora, alla luce di quello che è successo, cosa pensare dello Stato? Prendendo in prestito una frase tratta da un libro di Scarpinato, Il ritorno del principe, bisogna guardare in faccia la Medusa, anche se questo può pietrificare. C'è si una perdita di innocenza, ma questo porta alla formazione di cittadini adulti. Bisogna avere innanzitutto in testa che Stato si vuole, e cominciare a fare qualcosa per realizzarlo. Non bisogna inoltre dimenticare che siamo riusciti ad uscire dal periodo del terrorismo senza l'applicazione di leggi speciali, quindi già il fatto che la democrazia abbia retto e non sia stata applicata la legge marziale come pure il giudice Sossi, imprigionato e poi rilasciato dalle Brigate Rosse, aveva chiesto durante la sua prigionia, è una vittoria per noi e porta a ben sperare nel futuro.


