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- I Martedì di San Domenico
Fare News fra guerra e pace
Come i media raccontano i conflitti internazionali
Mauro Sarti, giornalista e docente di giornalismo a Bologna, ricorda che negli ultimi 35 anni l'informazione di guerra è completamente cambiata, a partire dalla tecnologia per finire ai giornalisti "embedded" (al seguito delle truppe, obbligati a firmare 50 punti). Ci sono nuove forme di censura (e di autocensura), ma anche nuove opportunità (Internet e non solo). Rimane invece il pericolo: Alpi, Guduli, Baldoni, le vittime tra i giornalisti continuano a essere numerose. I colleghi cosa ne pensano? le loro esperienze corrispondono all'idea che ci si fa stando in Italia?
Neliana Tersigni, inviata in numerosi Paesi e oggi corrispondente Rai dal Cairo, confessa che, partendo, non ci si rende conto né dei rischi fisici né di quel comporta il doversi adattare a una visione della vita completamente diversa, il che in ogni caso impedisce l'obiettività (mentre è possibile mantenere l'onestà, ossia il dubbio interno). Oggi, più che in passato, ci si trova spesso in situazioni difficili da decifrare (vedi l'attuale Egitto), e compito dei media dovrebbe essere quello di aumentare la conoscenza per ridurre le occasioni di conflitto (e non invece farle deflagrare, fornendo alibi agli integralisti). Soprattutto per chi lavora in televisione, la scelta dei termini è essenziale (difficile, per esempio, usare il termine "ebreo" - che richiama i campi di sterminio - mentre si raccontano l'Intifada, i campi profughi etc.). La tv comunica per flash, e anche gli approfondimenti (che pure sono realizzabili) non possono indugiare su temi pesanti, duri da digerire. Ha però un potere enorme: Al Jazeera e El Arabia hanno unificato l'Islam, aprendo gli occhi a molti sulle contraddizioni interne e sviluppando un embrione di opinione pubblica; ma, nell'affanno di dare notizie, portano spesso acqua al mulino della rabbia. Attenzione: le notizie vanno date, sempre, senza addolcimenti, ma con la consapevolezza degli effetti che producono. È questa la chiave: i media non devono "educare", non tocca a loro; devono però informare, con senso critico e responsabilmente.
Georges Malbrunot, che scrive per Le Figaro e insieme a Chesnot rimase a lungo nelle mani di rapitori in Irak, racconta brevemente i postumi della sua disavventura e dice che la vicenda lo ha segnato più a livello personale che professionale: indubbiamente un'esperienza non piacevole, ma non così terribile rispetto a tanti orrori cui gli è capitato di assistere. Il mestiere di inviato oggi - soprattutto per la carta stampata - è indubbiamente favorito dalle nuove tecnologie, che però sono un mezzo anche per i terroristi (reclutamento e contatti avvengono spesso su Internet). Ci sono comunque più possibilità, ma la prassi per un'informazione seria rimane la medesima: vagliare l'affidabilità delle fonti, distinguere le notizie vere da quelle false. E qui il rumore di fondo è tale che risulta più difficile che in passato l'opera di discernimento. Per quanto infine riguarda la cosiddetta autocensura, la sua esperienza personale non l'ha mai contemplata né gli è mai stata richiesta: solo in un caso (in cui si ricostruiva un meccanismo di corruzione in Palestina, con nomi e cognomi) Le Figaro bloccò la pubblicazione, per timore di ripercussioni giuridiche. Ma oggi come in passato - se c'è la volontà e la competenza - esistono le condizioni per un'informazione libera e seria.


