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Mercoledì all'Università
Eugenetica
Sfide e prospettive
In una serata ricca di stimoli e alla presenza di un numeroso pubblico Carlo Ventura, docente di Biologia molecolare all'università di Bologna ha presentato alcune delle attuali prospettive di ricerca sulle cellule staminali in prospettiva di medicina "rigenerativa" o, più correttamente, di "terapia cellulare riparativa". L'interesse nasce dal fatto che è allo studio la possibilità di intervenire su organi irrimediabilmente danneggiati (cuore, cervello, sistema nervoso terminale?), per molti dei quali l'unica speranza è attualmente legata al trapianto, per altro non sempre tecnicamente e clinicamente possibile. Solo in parte le cellule staminali embrionali umane possono trasformarsi in elementi di rigenerazione, forzandole ad un lavoro riproduttivo molto più accelerato di quanto avviene nello sviluppo embrionale. I bilanci miliardari (in dollari) gravitanti attorno allo studio delle terapie che prevedono l'impiego di queste cellule sono in gran parte indotti dalle grandiose aspettative suscitate. Ma si tratta in realtà di cellule difficili da espandere, che presentano per giunta problemi di rigetto e tumorigenicità.Ventura ha messo in evidenza la "dignità" biologica di queste cellule e delle loro potenzialità di sviluppo, che devono indurre i ricercatori al loro rispetto. Con un taglio complementare a quello del collega biologo è quindi intervenuto Adriano Pessina, docente di Filosofia morale e direttore del centro multidisciplinare di Bioetica all'Università Cattolica di Milano, il quale ha ricordato come l'epoca odierna sia contrassegnata dal sempre più grande divario tra capacità tecnica e riflessione morale. Ma le frontiere del possibile non allargano automaticamente la capacità di autocomprensione di sé e dei propri limiti da parte dell'uomo. La categoria di "eugenetica", che nasce nell'Ottocento con l'intento di studiare se e come sia possibile migliorare la specie umana si connota assai precocemente in senso negativo per le sperimentazioni, le sterilizzazioni e le eliminazioni di individui considerati non normodotati con cui il totalitarismo nazista mise per primo in campo politiche ispirate a teorie eugenetiche. Il filosofo J. Habermas ha avuto il merito di richiamare l'attenzione, a partire da presupposti interamente laici, sul fatto che la nostra epoca conosce nella pratica della fecondazione in vitro la possibilità inedita di una "generazione con riserva": tale cioè da prescindere dalle relazioni interpersonali e introdurre al contempo principi di discriminazione sulla base di criteri di conformità ad uno standard medico e sociale. La svolta è di portata epocale per l'intera cultura dell'Occidente moderno. Non perché gli antichi Greci e Romani non conoscessero già l'eliminazione per i figli non interamente sani, come del resto avviene anche nel cosiddetto aborto terapeutico, ma perché si pensava di avere completamente abbandonato i criteri di discriminazione fondando la società sul fatto che tutti gli individui - sani o malati - sono ugualmente degni di esistere in forza dell'uguaglianza e del loro stesso esserci. Le tecniche di riproduzione assistita hanno consentito il graduale passaggio dal controllo degli atti generanti, al controllo del materiale biologico (gameti), al controllo del prodotto biologico (embrione), ormai quasi completamente - irreversibilmente? - scisso dalla categoria di "figlio". Ma decidere di attuare la paternità e la maternità al di fuori della responsabilità dei propri atti comporta l'inevitabile adozione di un'idea di uomo legata di volta in volta all'aspettativa, alla qualità di vita, alla stessa praticabilità pratica ed etica delle tecniche biologiche. Un progetto che si trova proiettato su altri - genitori e medici - nel momento della nascita, riducendo il margine dato a ciascuno di lavorare da se stesso la propria umanità ed eventualmente la propria malattia, ingenerando al tempo stesso una insofferenza, fino all'incapacità di fatto, di convivere con i limiti esistenziali conferendo a essi un senso.
Francesco Pieri


