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in collaborazione con MicroMega
Etsi Deus non daretur
dittatura del relativismo o premessa di libertà democratiche?
Paolo Flores d'Arcais, direttore di MicroMega, sostiene che per prendere davvero sul serio le ragioni dell'altro occorre affrontare anche i temi scomodi, le divergenze, le domande che spesso non si fanno. Una delle quali è: la religione (cattolica) è compatibile con la democrazia? Secondo Giovanni Paolo II, una democrazia, per essere tale, deve promulgare leggi solo in conformità con il "diritto naturale". Ma niente è veramente "contro natura" - oppure tutto, tutta la storia dell'uomo (in quanto scimmia che non obbedisce agli ordini e si dà una norma). L'istinto, negli uomini, non è cogente come negli animali, la cultura è sempre "contro natura". Ma anche se al posto della Natura (= Creazione) mettessimo la Storia, cadremmo sempre nell'obbedienza a un ente. La democrazia è invece la prima forma di convivenza non basata sulla trascendenza, la prima forma autonoma (autos-nomos: norme date da sé). La democrazia non tollera una Verità pubblica, tollera solo la diversità, la pluralità delle opinioni: si basa su un pluralismo morale. Dittatura del relativismo? come teme ora Benedetto XVI... Ma l'opposto quale sarebbe? la "democrazia della verità assoluta", ovvero una contraddizione in termini. Relativismo è semplicemente il riconoscimento di altre opzioni etiche. Nessuna maggioranza può mai decidere sulla mia vita e sulla mia libertà di scelta: è intollerabile che una qualsiasi maggioranza possa impedirmi di farmi aiutare a morire (così come possa impedire che sia una donna a decidere sul proprio feto). Ergo: se la fede pretende di porsi come "verità di ragione" , esiste un effettivo problema di compatibilità fra religione e democrazia.
Monsignor Carlo Caffarra, Arcivescovo Metropolita di Bologna, cita San Tommaso: è libero chi esiste per se stesso, è schiavo chi agisce per un padrone; perciò chi fugge il male perché gliel'ha ordinato Dio (e non perché è male) non è libero. Poi richiama Socrate e la vigilia dell'esecuzione, quando il filosofo rifiutò la fuga che gli si proponeva perché lo riteneva un atto ingiusto. E come lo si stabilisce? gli chiesero. Ce lo deve dire la verità che è in ciascuno di noi. "Verità" significa dunque che esistono atti o comportamenti che deturpano l'essenziale dignità dell'uomo e che la persona umana ha una naturale capacità di individuare ("naturale" non in senso puramente biologico, bensì in quanto capacità della ragione di discernere ciò che è bene e ciò che è male). Primo problema: da dove deriva questo "tu devi" senza "tu vuoi"? sono io stesso a produrre questa voce? e allora come mai non riesco a liberarmene a piacimento? Secondo problema: se questa voce è in ciascuno di noi, perché ciò che è giustizia al di là dei Pirenei è ingiustizia al di qua? La questione ha un enorme impatto politico: se non esiste una verità sul bene e sul male, la democrazia diventa la provvisoria convergenza di interessi opposti; se non è possibile richiamarsi a una ragione universalmente valida, prevale prima o poi l'interesse del più forte. Richiamarsi a una ragionevolezza nel nostro stare insieme significa richiamarsi a un bene che supera me e l'altro, ma di cui nello stesso tempo facciamo entrambi parte. E affermare l'esistenza di una verità sul bene e sul male non significa imporla.
Flores d'Arcais invita a un esperimento di coscienza: prendere alla lettera le parole di Giovanni Paolo II (che paragonò l'aborto all'Olocausto in quanto entrambi mali morali su scala di massa) e immaginarsi di dover andare a cena con una donna che ha abortito: si proverebbe la stessa sensazione che se si andasse a cena con un carnefice nazista? Evidentemente l'analogia del Papa era irragionevole. Cicerone, per esempio, considerava la schiavitù parte della natura stessa delle cose. Molte donne africane - altro esempio - perpetuano il rito delle mutilazioni alle figlie perché non farlo sarebbe "male". Solita domanda: chi decide? Ovvero: l'appello alla coscienza di ciascuno di noi andrebbe benissimo se, scavando ognuno in se stesso, si arrivasse a un nucleo comune. Ma non è così. Le comunità moderne sono pluraliste, composte da individui che mettono in discussione le norme degli altri. Quale allora il dato comune necessario? l'uso della logica e un minimo di valori democratici, tra cui uno è certamente fondante: la sovranità di tutti, il rispetto dell'individuo inteso come riconoscimento reciproco del "tu" e non solo come affermazione dell'"io".
Caffarra specifica che si riconosce l'altro non quando se ne tollera l'esistenza ma quando se ne afferma la dignità (e si vuole il suo bene). Legittimo, dunque, parlare di un minimo denominatore etico che fondi la convivenza democratica, a patto però che si cerchino valori da condividere e non regole del gioco su cui accordarsi. Il modello competitivo di democrazia pare oggi inadeguato, si va verso una società di tipo deliberativo (con possibilità per ciascuno di arrivare a deliberare, a fornire consenso motivato su valori e modelli). Il relativismo etico fatica a giustificare una democrazia veramente deliberativa, che invece trova fondamento nella grande stima della ragione umana come capacità di discernere a proposito del bene e del male.
Flores d'Arcais ricorda che "democrazia" non è solo un modo di regolare i conflitti attraverso procedure, ma è autonomia, confronto, dialogo, e soprattutto è un grande esperimento: il tentativo di ridurre al minimo i valori comuni. E il valore comune minimo è il riconoscimento della pari dignità di ognuno come titolare di un frammento di sovranità. Due esempi fra altri (l'assistenza al suicidio, il matrimonio omosessuale) chiariscono che non ci si può appellare al concetto di "bene comune" per ciò che riguarda la sfera strettamente personale. Non è possibile cioè imporre all'altro, con la forza della legge, qualcosa "per il suo bene".
Caffarra respinge l'alternativa secca: o tu appartieni a te stesso o appartieni all'altro. La verità è invece: tu appartieni a te stesso per l'altro. Il vero confronto è dunque giocato sulla ricerca di una visione diversa dell'uomo, che comprenda l'amore come chiave per capire l'uomo e la società. Originariamente l'uomo è in comunione con l'altro uomo, è cioè costruito in ordine all'altro (senza il quale fallisce). Ecco dunque il criterio fondamentale per la democrazia: noi siamo in ordine all'altro, la deliberazione razionale non parte da zero ma da questa comunione che esiste originariamente. Oggi dunque la vera questione non è né lo scontro di civiltà né altro, bensì una questione antropologica: la definizione dell'uomo.


