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ghisilardi incontri
Daverio: conversazioni presso San Domenico in Bologna
Lieto di mantenere fede a un impegno preso con padre Michele Casali e con Vittoria Cappelli, Philippe Daverio (noto al grande pubblico per la trasmissione Passepartout) ha tenuto un breve ciclo (tre incontri) di "conversazioni" sotto il comune denominatore dell'Europa e del passaggio dal mondo antico a quello moderno. Le serate, affollatissime, hanno proposto alcune chiavi di lettura eterodosse dei circa mille anni che vanno dal VI al XVI secolo dopo Cristo, secondo una formula provocatoria ("teoria del plausibile") utile a rimettere in discussione alcuni dei nostri parametri, che resistono più o meno a partire dall'Illuminismo e che oggi mostrano indubbiamente il loro limite.
Prima chiave: il mondo antico non termina nel 476 (data convenzionale) bensì nel 524, il giorno in cui a Pavia fu decapitato Boezio. Non a caso, pochi anni dopo, vedono la luce due testi giuridici fondamentali: la "Regola" di San Benedetto e il "Codice" di Giustiniano. La novità è la Regola, ovvero l'idea di riordinare se stessi invece che il mondo (il monachesimo è il comportamento più orientale che l'Occidente abbia mai conosciuto). La vera Europa nasce lì, a Montecassino, e si sviluppa grazie al moltiplicarsi a macchia d'olio di nuclei a forte struttura interna. Il monachesimo non poteva evitare di generare ricchezza, come infatti avvenne. Il processo si fermò quando si scoprì la forza del denaro (i Comuni italiani sono un'invenzione della borghesia contro il mondo agricolo) e allora si passò dal monastero (unità chiusa) al convento (luogo dove ci s'incontra, dove non vige l'autarchia, dove vale la comunicazione): ecco dunque che gli ordini mendicanti (francescano e domenicano) costituiscono il primo passo della modernità.
Seconda chiave: l'antichità greca aveva scoperto (con Pitagora e gli altri) la "magìa" dei numeri, la loro potenzialità iniziatica a un sapere esclusivo, la corrispondenza alle strutture musicali, la sezione aurea. Poi, via via, quel sapere si era perso, diluito, sperperato. Fino a Leonardo Fibonacci (figlio del ragioniere capo della Repubblica di Pisa), che introduce lo zero (= zefiro, il numero leggero), i numeri arabi/indiani, il sistema decimale, nonché la famosa successione che porta il suo nome (e che sta alla base del quesito sulla moltiplicazione dei conigli, attribuito a Federico II). Fibonacci, alla pari di Giotto, alla pari di Dante, contribuisce a quel radicale mutamento della sensibilità, che assume il "senso di realtà" come senso di interpretazione del mondo - una vera e propria "rivoluzione" che ha come epicentro l'Italia del XIII secolo.
Terza chiave: tra il 1000 e il 1100 la Puglia è quasi un centro del mondo, di lì si comincia a guardare l'Oriente come fonte di ispirazione anche estetica; le cattedrali gotiche, ad esempio, sono influenzate dal modello del grande palazzo orientale, coniugato a pezzettini del linguaggio arabo e al nuovo concetto di numero (vedi Fibonacci). Altrove, l'Ile de France diventa "Francia", pur essendo un piccolo Stato, perché fin dall'inizio insiste sulla dimensione territoriale e rompe con la tradizione barbarica delle tribù (Pipino si dichiara re della Francia, non dei Francesi). A poco a poco, in Europa, lo studium irrompe nel duello tra regnum e sacerdotium attraverso il cambiamento del modo di scrivere, della calligrafia, che diviene molto più agile e rapida grazie all'uso della penna d'oca. Così, gli stili che più tardi abbiamo chiamato gotico, romanico, rinascimentale, e che hanno combattuto per imporsi l'uno sull'altro, potrebbero trovare altre definizioni (cfr. Le Goff, Sapori etc.). Ma, al di là del nominalismo, la singolarità è che oggi siamo dentro una nuova "guerra degli stili" con l'assoluta novità del trash (= trasformazione di dati veri in caricatura, in parodia). Forse, per uscire dal periodo di crisi, dovremo diventare neo-nominalisti, alla maniera dei nostri avi, e accettare, con Ockham, l'antico dettato: "nomina sunt consequentia rerum".


