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- I Martedì di San Domenico
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Da papa Giovanni a papa Francesco:passato e futuro del Concilio
Per concludere il 2012-2013 nel segno dell’Anno della fede, indetto nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, il Centro San Domenico ha invitato uno storico e un protagonista.
Quest’ultimo, il vescovo Luigi Bettazzi, ha ripercorso con la consueta, serena libertà di spirito alcuni momenti salienti di quei primi anni Sessanta: dalle resistenze della curia romana alla sola idea di indire un concilio alla consapevolezza di Giovanni XXIII che ci si dovesse muovere sul terreno pastorale e non dogmatico, con l’obiettivo dell’aggiornamento – cioè “dire le cose di sempre in modo adatto al mondo d’oggi” – e che per il resto si doveva “vedere cosa fa lo Spirito Santo”. “La discussione sulla collegialità fu molto accesa”, ha poi ricordato l’allora padre conciliare. “Presi la parola su richiesta di Lercaro e su testi preparati con Dossetti-Alberigo, e dopo una settimana il card. Frings intervenne con un testo preparato da Ratzinger… la collegialità non è contro il primato ma è per aiutare il primato”, e papa Francesco, che ha nominato un gruppo di otto cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale, “si è messo su quella strada”. Nel corso del pontificato di Benedetto XVI si è discusso molto – ha concluso il vescovo Bettazzi – sulle “due ermeneutiche” del Concilio, quella “della discontinuità e della rottura”, che ha causato “confusione”, e quella “della riforma”, del rinnovamento nella continuità. “Pensando alle idee-guida del Concilio, come la familiarità con la Scrittura, l’eucaristia come partecipazione e la comunione come condivisione, la Chiesa come popolo di Dio… io credo che il Vaticano II abbia espresso continuità dogmatica, ma discontinuità pastorale”.
Lo storico Fulvio De Giorgi, dal canto suo, è andato -come ha commentato lo stesso Bettazzi- ben oltre Papa Francesco. Ha preso le mosse dalla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, definendolo un “gesto radicalmente conciliare”, e dai primi gesti e atti di Francesco, per leggervi una ripresa e anzi auspicare uno “scatenamento del Concilio nella Chiesa santa di Dio”, allontanando “quella cappa da malato terminale che avvolge le nostre parrocchie”: perché la paura, in termini evangelici, è mancanza di fede, non di coraggio… E dichiarando di voler parlare come un laico che “fa conoscere” ai pastori il suo “parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa”, come insegna la costituzione conciliare Lumen gentium al n. 37, ha raccomandato alla Chiesa di considerare due prospettive. “La prima riguarda il superamento del legame tra fede e vita sessuale. Quanti assurdi blocchi provoca: lo scisma sommerso dei coniugi sulla contraccezione, e quello ben emerso dei giovani; il problema dell’accesso all’eucaristia dei divorziati risposati e quello delle convivenze tra omosessuali…”. Fede e vita morale, secondo De Giorgi, “è il nuovo paradigma da aprire”: la persona come fine e non come mezzo, il bando della violenza, la tenerezza… “tutto ciò ci fa vincere le concupiscenze e ci consente una liberazione dalla sessolatria essenziale e ben comprensibile da tutti”. La seconda “è quella del superamento del patriarcato”. Come immaginare le forme di un ministero ordinato femminile? Si rifletta, si approfondiscano i vari aspetti, si guardi alla Scrittura, al diritto canonico, alla cultura contemporanea… “Su questi due punti la Chiesa vive oggi l’avvio di un travaglio, ma il parto darà alla Chiesa gioia”.


