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Mar, 21/03/2006

I Martedì di San Domenico

Credo eppure so

Il Nuovo Testamento al vaglio della scienza

 

Paolo Garuti OP, che insegna Esegesi del Nuovo Testamento a Roma, accenna alla polivalenza del termine e alla traduzione greca che slitta da "alleanza" fino a "disposizione" (la più comune disposizione è quella testamentaria) e a come poi i Cristiani si riconoscano nel modo di intendere l'alleanza come eredità (Cristo è erede primo, la comunità è erede seconda), in quell'unità familiare, in quella consanguineità fra Dio e il suo popolo che era ebraica ma non alessandrina né tantomeno romana. Propone poi alcune domande generali: il Cristianesimo fu realmente in contrasto con l`Impero romano? Per società così intrise di religioso come le antiche, lo storico può non essere un po' anche teologo? Ovvero: fare Storia è anche un'operazione sapienziale?
Bernardo Gianluigi Boschi OP, insigne biblista e archeologo, sottolinea che alle origini della Chiesa c'è un pluralismo, una ricchezza dei modi con cui viene accolta la nuova idea. Nella Palestina di duemila anni fa era in atto uno scontro titanico con l'Ellenismo, che si materializzava in diversi movimenti, spesso collegati a eremiti che si ritiravano nel deserto. Due i fenomeni di attesa: l'apocalittica (nata nel mondo persiano e piombata nella Bibbia) e il messianismo, di cui il Cristianesimo è una delle tante letture possibili (molti movimenti sono poi in esso confluiti, in modo indolore - vedi gli Esseni). In un primo tempo Cristianesimo e Giudaismo erano molto vicini, uniti, il processo a Gesù è essenzialmente un processo a un destabilizzatore, per volontà congiunta di potere giudaico e potere romano. Ma la Roma degli imperatori siriani era favorevole ai Cristiani, le persecuzioni successive sono una reazione, e solo dopo si profila lo scontro definitivo. Per il ruolo: tutta la Bibbia è commistione fra storia e teologia, l'antichità non distingueva, ma Tacito e Tito Livio avviano una separazione che oggi è acquisita. Il che non toglie che, ignorando i presupposti di fede, si rischia di ignorare un elemento essenziale per la ricostruzione storica.
Valerio Massimo Manfredi, che insegna Archeologia Classica a Milano ed è affermato scrittore di romanzi storici, nota che a Roma, in epoca imperiale, le menti più accorte erano ormai orientate verso il monoteismo (il politeismo era considerato "popolare") e dunque affascinate dalle religioni orientali, ma la tradizione letteraria e soprattutto cinematografica hanno avallato una serie di stereotipi (Cristianesimo subito diffusosi a Roma tra i diseredati, torme di Cristiani divorati dalle belve etc.) che contrastano con una certezza: almeno fino a Nerone, l'Impero romano guarda con attenzione e interesse a quella setta uscita dalla costola dell'Ebraismo, setta che per diversi aspetti pare quasi filoromana (e ai Romani stava a cuore il controllo di quel territorio che fungeva da cerniera fra tre continenti). Tant'è che l'Ebraismo moderno pretenderebbe dal Cristianesimo di far luce sui primi decenni, quando una serie di responsabilità furono attribuite agli Ebrei per evitare di addebitarle ai Romani. Sta di fatto che il Cristianesimo non viene imposto con la spada, ma da un pugno di uomini inermi. Ed è proprio nella duplice natura della buona novella (messaggio di sovvertimento ma anche di sopravvivenza) che risiede l'enorme potere di seduzione del Cristianesimo, perché allora come ora la fame di mistero non aveva confini. Un mistero che effettivamente fa parte anche della Storia, di cui la religione è una sorta di faccia "virtuale". Perché tutti abbiamo qualcosa in comune con Adriano, che utilizzava un medium per cogliere le sensazioni intime dei condannati a morte: se infatti il nostro modo di agire costruisce la Storia e la sua formidabile inerzia (la Storia va dove vuole), la nostra mente configura interrogativi ai quali non c'è possibilità di trovare risposta se non mediante un salto, un trasferimento a un'altra dimensione.

 

Partecipanti: 

Boschi Bernardo
Garuti Paolo
Manfredi Valerio Massimo

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