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I Martedì di San Domenico
Conflict resolution
Come si esce da una guerra?
Philippe LeBlanc OP, delegato permanente all'ONU e direttore "Dominicans for Justice and Peace", illustra l'attività domenicana a sostegno dei Diritti dell'Uomo, con interventi di fronte alla comunità internazionale, a partire dal 1997, per situazioni diverse (Pakistan, Messico, Brasile, Rwanda e Burundi, Colombia, Irak) e per diversi soggetti tematici (pena di morte, diritti bambini e donne, traffico persone). Una tradizione che già nel '500 - con Francisco de Vitoria e Bartolomé de las Casas - vide esponenti domenicani dibattere con i massimi politici dell'epoca, tradizione ora pienamente ripresa per volontà di ricondurre l'Ordine a un impegno sulle frontiere del mondo contemporaneo (Capitolo generale, Davila 1986). In particolare, "Dominicans for Justice and Peace" si adopra dal 1998 contro l'embargo all'Irak, con un primo intervento significativo nel 2000 a favore dei bambini iracheni (in congiunzione con congregazioni religiose americane) e poi con la richiesta ufficiale di revoca dell'embargo da parte dell'Ordine (Capitolo generale, Providence 2001). L'opera dei Domenicani ha un riflesso anche nel linguaggio politico, tant'è vero che negli ultimi anni l'Unione Europea ha adottato un lessico esplicitamente "umanitario" nell'esposizione dei problemi anche in sede di Assemblea ONU. E l'opera non potrà che continuare in questa direzione, perché i Domenicani sono costantemente chiamati a testimoniare il Vangelo e a dire la verità, in qualsiasi contesto e in qualsiasi condizione.
Stefano Silvestri, Presidente Istituto Affari Internazionali, fa notare come la guerra non porti più alla pace: i Greci usavano i contadini per combattere, gli scontri erano rapidi e decisivi (bisognava tornare ai campi); esperienze e acquisizioni del XX secolo (orrori, nucleare, nuova tecnologia) scoraggiano invece l'idea di vittoria definitiva, procrastinando la conclusione del conflitto. Ma mentre prima l'equilibrio del terrore Usa-Urss garantiva una certa stabilità, ora le guerre calde locali - in assenza di un interlocutore paritario per gli Usa - hanno effetti sensibili sulla situazione globale (paradossale "democratizzazione" della guerra). Perché? Perché si tratta in genere di guerre sì parziali ma tra loro connesse, in modo che è assai difficile intervenire dall'esterno. L'esempio del Kosovo è lampante: quante guerre c'erano? quali gli obiettivi? Tuttora è difficile concludere la crisi, perché le opzioni sono diverse (Kosovo indipendente, Kosovo inglobato democraticamente nella Repubblica Serba, Kosovo in attesa di entrare nell'UE) e ognuna di esse andrebbe a ledere diritti che qualcuno considera inviolabili. Anche la situazione irachena pare una mescolanza di guerre locali, in cui gli attori locali hanno spesso obiettivi diversi dagli attori internazionali. Spesso non c'è un inizio preciso, non obiettivi chiari, non una conclusione precisa: tutto diventa gestione di conflitti, senza mai arrivare a un'uscita dai conflitti. C'è stato come un rovesciamento di prospettive: l'obiettivo non è più la vittoria, ma la conclusione positiva dell'operazione. Per uscire dalla guerra permanente occorre un processo di conquista del consenso e la costruzione della solidarietà nel sistema internazionale (oggi bassissima). Lo I.A.I. ha sintetizzato tre punti: 1. isolare i fili dei vari conflitti in corso e vedere se alcuni possono essere subordinati ad altri; 2. cercare forme di consenso intorno ad alcuni aspetti del conflitto; 3. usare la forza con obiettivi consapevoli (non definiti da lontano ma da chi vive e agisce in loco). La soluzione di un conflitto deve cioè passare da un'accettazione da parte delle popolazioni locali (la sola forza non è decisiva). Problema: il consenso sembra indirizzarsi verso gli elementi di disgregazione più che verso quelli di aggregazione. Qual è allora la strada per uscire? non negare il conflitto, bensì regolamentarlo, istituzionalizzarlo, riconoscendo agli attori locali un maggior diritto di parola e di iniziativa.


