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I Martedì di San Domenico
Bimbi belli, bimbi bulli
L'infanzia e il fascino della violenza
Marzio Barbagli, che insegna Sociologia a Bologna, ricorda che il bullismo è oggetto di studio da almeno trent'anni e da sempre appare come fenomeno diffuso (scuola dell'obbligo: quasi 50 per cento implicati in qualche episodio come "autori", oltre il 50 per cento come "vittime") ovvero come principale forma di violenza della popolazione giovane. Ma ha ragione Rousseau (l'uomo nasce buono, la società lo corrompe) oppure Agostino (anche i bimbi sono violenti)? Gli studi recenti propendono per Agostino, e cioè per un'aggressività che si manifesta fin dai primi anni: potenzialmente siamo tutti violenti, se non ci è impedito dall'educazione e dal controllo. Però va segnalato un equivoco: non abbiamo dati che attestino un aumento del fenomeno bullismo. Anzi, la nostra società è tra le meno violente - a livello interpersonale - di tutta la Storia, è il risultato di una lenta civilizzazione che ha preso avvio nel Cinquecento con l'affermarsi progressivo dell'autocontrollo, cioè della capacità di differire le gratificazioni. È vero: i maschi tra i 15 e i 25 anni sono di gran lunga i principali soggetti/oggetti di atti criminali e rappresentano tuttora un problema; la ripetuta violazione dello spazio pubblico genera emulazione e trasmette insicurezza; il numero degli episodi violenti di cui si ha notizia si è elevato. Ma le conclusioni che si traggono sono spesso affrettate, frutto di confronti impropri. È diminuito per esempio il bullismo nelle istituzioni chiuse (esercito, università) e la stessa scuola dell'obbligo, proprio perché tale, ospita una quota di popolazione molto più ampia che in passato (con tutto quel che ne consegue, compresa una diversa miscela degli stili di vita).
Anna Oliverio Ferraris, che insegna Psicologia dello sviluppo a Roma e ha pubblicato diversi studi sull'argomento, conferma che le epoche passate erano senz'altro più violente e che oggi semmai si nota - rispetto al recente passato - una diversa dislocazione degli episodi (per esempio: dentro la scuola e non fuori). Ma il problema è sempre vivo perché è sempre possibile tornare indietro: la violenza è espressione di impulsi profondi e se trova terreno favorevole si alimenta da sé, diventa trascinante. L'esempio di Zidane (idolatrato da più parti come "eroe" per la testata a Materazzi) testimonia l'ammirazione per il "coraggio" di infrangere le regole, di seguire l'istinto. Una violenza che genera o da violenze a propria volta subite o da frustrazione, noia, depressione (la cosiddetta violenza ricreativa). Antidoti: sviluppare negli infanti forme di autocontrollo ed educazione alla relazione, a partire dai due anni di età; favorire un buon attaccamento, una fiducia di fondo in se stessi e negli altri; predisporre un terreno in cui possano crescere interessi alternativi (a Berlino suonare insieme, in un gruppo, è forma già collaudata di terapia e recupero). I ragazzini, comunque, non si educano da soli: è importante la supervisione dell'adolescenza, indicare i limiti, non sottrarsi ai continui test che i ragazzi fanno. Purtroppo molti genitori amano sentirsi ancora ragazzi e anche diversi insegnanti, di fronte alle difficoltà, retrocedono, rinunciano al compito di sviluppare nei giovani sia l'intelligenza sociale che quella introspettiva. La responsabilità individuale del ragazzo non va certo sottovalutata, ma occorre sempre credere che in ognuno c'è una parte sensibile che può rispondere. Non a caso molti criminali rimproverano congiunti o amici di non averli fermati in tempo. Si devono indicare i limiti, con chiarezza e fermezza: lo stile autoritario è stato giustamente superato, non però - come sarebbe auspicabile - in favore di uno stile autorevole, bensì di un permissivismo che tende a lavarsi le mani delle conseguenze. E invece l'esercizio di contrapposizione è necessario al ragazzo (l'adulto che ha paura di essere odiato dai ragazzi è immaturo). E inoltre: 1. mai trascurare l'arte, che è strumento principe di educazione allo stare insieme; 2. estendere le attività pratiche nella scuola, poiché non tutti si trovano a proprio agio con lo studio teorico. Avremo meno frustrazione tra i ragazzi e sicuramente meno episodi di violenza.


