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I Martedì di San Domenico
Banche e trasparenza
Etica degli affari
In collaborazione con UniCredit Banca e a conclusione di un ciclo organizzato e realizzato con Profingest Management School, CSD dedica un "martedì" al tema della trasparenza bancaria.
Piero Gnudi, Presidente Profingest, ricorda la "novità" italiana degli ultimi dieci anni (famiglie che investono in azioni) e il conseguente cambiamento - anche da noi - della percezione dei problemi economico-finanziari, problemi che a livello internazionale avevano trovato risposta in un circolo virtuoso iniziato nel 2000 ma interrottosi bruscamente nel 2002. Rimane il dubbio di sempre: etica e affari sono compatibili?
Roberto Nicastro, Amministratore Delegato UniCredit Banca, confessa che la sua stessa moglie ritiene "banche" e "trasparenza" termini in palese contraddizione. Perché? 1. le operazioni, spesso complicate, traspaiono con difficoltà; 2. andamento dei tassi di interesse e aumento dei costi dei conti correnti (oggi un c/c costa industrialmente 300 euro l'anno); 3. privatizzazione del Sistema Bancario e comprensibile disorientamento del cliente (prima la banca era vissuta quasi come un servizio pubblico). Si può uscire da questa difficoltà? UniCredit si dichiara ottimista, per più di una ragione. La prima è la "responsabilità sociale": ora che appunto la banca è un'impresa, le aspettative per una redditività di lungo periodo la impegnano, per esempio, a un'attenzione tutta speciale per le piccolissime imprese (in passato sempre trascurate, oggi + 3 miliardi di credito). La seconda è un accordo con le associazioni consumatori per rivedere tutte le clausole vessatorie dei contratti, e dunque per un allineamento di sostanza tra banca e cliente. La terza è la piena valorizzazione di strumenti quali "patti chiari" (che per esempio il Sistema di telefonia non si sogna nemmeno di approntare) e l'apertura a forme di credito differenziate (in favore di un mestiere, di una capacità, di un'idea), neutralizzando il potenziale conflitto di interessi con una netta separazione tra banca d'affari e mondo del risparmio e lavorando costantemente con un preciso obiettivo: il recupero della fiducia.
Francesco Compagnoni OP, Rettore della Pontificia Università San Tommaso in Roma, nota che nessuno vuole essere l'uomo cattivo, privo di coscienza: la "trasparenza" è dunque un problema molto antico, una delle caratteristiche dei contratti di compravendita (San Tommaso parla dell'obbligo di dichiarare il difetto non evidente di una merce). Ma mentre per il commercio in genere la mancata trasparenza viene punita, presto o tardi, dall'insuccesso nel mercato, per le banche il discorso è un po' diverso, e non a caso le forze contrarie alla trasparenza - soprattutto in Italia - sono state e in parte sono ancora notevoli. Qualsiasi sistema, però, che vada oltre un certo livello di sfiducia non può funzionare ("fiducia" non è solo un modo di aprire le cose bensì la finalità). Due importanti documenti della C.E.I. ("Etica e finanza" 2000, "La finanza internazionale e l'agire morale" 2004) puntualizzano che il vero problema non è la criminalità finanziaria ma la cosiddetta "zona grigia" (off-shore e dintorni), che raduna circa il 5 per cento della massa monetaria mondiale. E poiché con le speculazioni sulle monete si può letteralmente far morire la gente di fame, qualsiasi pratica di sorveglianza, di disturbo, di stimolo è più che opportuna. Anche se la RSI - come osserva qualcuno - è un nuovo metodo per vendere le vecchie minestre, l'importante è che comunque la trasparenza diventi abituale, normale. Per quanto invece riguarda le grandi Banche d'Affari, sono due gli interrogativi di fondo: chi è il cliente? qual è il contenuto dei progetti finanziari? Se infatti il profitto si ottiene con speculazioni su mine antiuomo o simili produzioni, come ci si può ritenere estranei alle conseguenze? La verità è che, nelle grandi transazioni, la trasparenza vale quasi nulla. E allora più che mai, oltre alla chiarezza delle regole e al loro rispetto, è indispensabile la moralità, la disposizione positiva, la costante considerazione di quella "virtù" (di tradizione greco-romana) che invece è stata progressivamente sostituita dal più pragmatico ed elastico "codice deontologico" di matrice anglosassone.


