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I Martedì di San Domenico
42° anno 4° incontro
Ama il prossimo tuo
«Non si poteva non concludere la riflessione sui dieci comandamenti senza questo che è l’ultimo e il definitivo, che li riassume tutti…». Così ha esordito Enzo Bianchi, chiamato dal Centro San Domenico e dalle edizioni del Mulino a completare, nel contesto di un «Martedì», la serie di presentazioni dei volumi de «I comandamenti» coorganizzate dai due organismi, con la presenza degli stessi autori e di illustri ospiti, nello scorso giugno. Ma pur prendendo le mosse dai contenuti di Ama il prossimo tuo (Il Mulino, Bologna 2011, pp. 144, euro 12), il volume da lui firmato insieme a Massimo Cacciari, il priore di Bose se ne è presto distaccato per proporre «un altro itinerario», le cui premesse sono state assai consonanti col percorso sulle «parole» che caratterizza quest’anno i nostri incontri.
Sulla parola «prossimo», in primo luogo, Bianchi ha osservato che si tratta ormai di un concetto contraddetto, quando non compreso. E ha indicato l’«SMS di beneficenza» come la penosa parabola della nostra disponibilità a vivere la carità purché sia presbite, della nostra maggiore capacità di amare colui che è lontano e senza volto piuttosto che vicino e ben visibile nella sua umanità.
Poi, sulla parola «amore», ne ha passato in rassegna le diverse accezioni. C’è quello che sperimentiamo in famiglia, quando «siamo accolti nelle braccia di qualcuno in cui mettere fiducia». Quello tra uomo e donna, «più forte» del precedente – come insegna il libro della Genesi sin dal capitolo 2 – e che con il tempo si modifica, «dalla passione, al desiderio, all’incontro sinfonico, fino alla stagione della tenerezza e poi della solidarietà nella vecchiaia». Poi c’è l’amore di amicizia, che «pochi oggi riescono a coltivare per tutta la vita, perché stoltamente si preferisce la quantità degli amici all’approfondimento dei legami». E finalmente l’amore verso il prossimo. «l’altro che ciascuno di noi incontra sul proprio cammino».
La specificità del comandamento cristiano, a dire di Bianchi, sta nel fatto che non si limita al non fare il male all’altro, né alla «regola d’oro» che, nella formulazione di Gesù, suona«tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, fatelo a loro», ma va oltre. Il prossimo è «qualunque» altro, fosse anche il nemico: devo decidere che questo «altro» diventa il mio vicino, accettare la sua presenza e la relazione con lui chiunque egli sia, amarlo così come è, e a volte è faticoso, persino ripugnante; «e se è il nemico non basta che gli dica “ti perdono”, devo volere il suo bene, essere disposto a pregare, a servire, a fare il bene di colui che mi fa del male».
La conclusione di fratel Enzo Bianchi si è incentrata su «alcune urgenze di grammatica umana». Farsi prossimo con amore richiede «di avere fede/fiducia nell’altro». Richiede di assumersi la responsabilità dell’altro, «perché l’alterità va salvaguardata e non misconosciuta in nome della fusionalità». Richiede di prendersi cura dell’altro, «perché l’altro me lo impone in virtù del suo volto, che porta i segni della sua vita e della sua morte». E infine richiede di dare all’altro la propria presenza, «di dare ascolto, tempo, qualcosa di se stessi», sacrificio della nostra vita: «chi ci darà più quest’ora che abbiamo trascorso insieme?».


