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I Martedì di San Domenico
Alle fonti della Costituzione
Solidarietà Pace Confronto
"La memoria ci ricorda il lutto e il dolore che si associano a ogni intervento armato; questo giustifica la speranza di un tempo in cui la violenza sarà superata". Si è dipanato intorno al tema della memoria e della speranza l'intervento di Arturo Parisi, sociologo e uomo politico, ministro della Difesa dal 2006 al 2008: memoria e speranza intersecate nel presente (le elezioni americane in corso, che hanno visto la guerra e la pace al centro della campagna elettorale) e nel passato (i novant'anni dalla fine della prima guerra mondiale, con la spaventosa eredità che i suoi milioni di morti lasciarono alla generazione successiva) di questo 4 novembre 2008. Memoria e speranza, ha proseguito Parisi, così vive nella stesura, dovuta in pratica a Giuseppe Dossetti, dell'art. 11 della Costituzione, che contempera un'opzione pacifista e una solidarista, il rifiuto dell'estetica della guerra di ascendenza dannunziana e il consenso ad azioni di forza purché condotte di concerto con la comunità internazionale, cioè al riparo da ogni tentazione unilateralistica: "perché fino a che la violenza non sarà superata dovremo confrontarci con la richiesta di aiuto di chi patisce un'aggressione" (lo invocò anche Giovanni Paolo II al tempo della crisi nella ex-Iugoslavia), passare per quel sentiero stretto che corre tra la viltà che cede al male e un'esercizio della violenza che si trasforma a sua volta in atto d'ingiustizia. Per parlare di Costituzione, di pace e di solidarietà don Giovanni Nicolini, presbitero della Chiesa di Bologna, egli stesso figlio spirituale di don Dossetti, sceglie invece di partire dal testo evangelico delle Beatitudini, che come è noto comprende anche gli operatori di pace e i perseguitati a causa della giustizia. Nicolini spiega dunque che tutti i poveri che Gesù evoca in quel celebre discorso sono beati perché celebrano in sé stessi il mistero di Dio: un Dio che ha creato l'uomo per debolezza, per la sua incapacità di sopportare la solitudine, di non avere nessuno da amare... e che, avendoci subito perduto, grazie alla "bravura" del serpente, ne sente tuttavia la responsabilità, e dunque - come il pastore nella parabola della pecora perduta - si mette alla nostra ricerca, ci insegue giù per il nostro degrado (segnato da Caino e Abele, dalla scoperta del potere di dare la morte), e infine ci incontra nel punto più basso, prendendo cioè la nostra carne e alla fine morendo come i malfattori: il suo ultimo passo, il suo ultimo perdersi.
Guido Mocellin


