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I Martedì di San Domenico
"Afflitti, ma sempre lieti"
in cammino verso la Pasqua
“È poi vero che siamo nella civiltà Il motto paolino afflitti ma sempre lieti (2 Corinti 6,10) dice che noi cristiani conosciamo l’afflizione ma a essa non siamo soggetti. Abbiamo la speranza di vincerla. “Non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti” (1 Tessalonicesi 4, 13 e 14). Dunque la Scrittura ci autorizza a parlare del cristiano come di colui che ha speranza in confronto a coloro che non hanno speranza, ma quell’autorizzazione vale – almeno per quanto si può dedurre da questo brano cruciale del Secondo Testamento – solo per quello che riguarda la resurrezione: non per l’ordinario della vita. Nella vita ordinaria vi sarà certamente una diversità di atteggiamento, come conseguenza di quella speranza, o della sua assenza, ma non vi sarà quella diversità radicale, direi di condizione, che ci è segnalata invece per quello che riguarda la vita eterna. Siamo stati chiamati a farci portatori della grande speranza della resurrezione attraversando però questo tempo intermedio in una comunanza di buio e di prova con la restante umanità, affrontando in noi stessi quelle tenebre per viverle e capirle. Portatori di una luce che il mondo di oggi – come quello di sempre – non intende. Dall’interno di quelle tenebre sarà nostro compito elevare – a nome di tutti – l’invocazione al Signore perché si manifesti, soccorra il suo popolo, dia occhi a un’umanità non vedente. Intanto ci è dato – questo sì – di cogliere i segni della speranza che lo Spirito manda alla nostra epoca e di metterli in onore tra noi e di comunicarli – per quanto possibile – ai nostri contemporanei. L’attualità del martirio nel mondo d’oggi, innanzitutto. La capacità – che si rinnova – di dare la vita per il Signore e per i fratelli. Dunque anche i martiri della carità e quelli della giustizia. Ogni risposta al male con il bene. Pensiamo alla testimonianza cristiana in terra d’Islam. Ai monaci dell’Algeria sgozzati come agnelli, ad Annalena Tonelli, a don Andrea Santoro, a Leonella Sgorbati e a ogni cristiano che resta oggi disarmato in terra d’Islam. L’accettazione cristiana della malattia, della vecchiaia e della morte. Essa trova forme nuove di espressione in un’epoca che censura malati, vecchi e morenti. La confessione della fede davanti alla morte: oggi è data a noi – proprio a motivo di quella censura, mai così forte in passato – una nuova opportunità di attestare al mondo il nostro “addormentarci nella speranza della resurrezione”. Il perdono per l’uccisione dei parenti. Nell’Italia violenta e violentata del terrorismo, delle mafie e della criminalità diffusa, è tornato a fiorire il miracolo del perdono. La reazione personale, familiare e comunitaria all’handicap. Reazione che sola può portare a una reale vittoria sull’handicap. E ogni svantaggiato che si mette al servizio dei fratelli. L’accettazione del figlio menomato e la scelta del bambino menomato per l’adozione: in altre epoche non c’era. E’ un segno grande per noi. Non finiremo mai di capirlo. La disponibilità a ogni forma di accoglienza: adozione, affido, famiglie allargate, case famiglia, comunità di famiglie. Anche questo un segno dei nostri tempi. Dedizione ai figli da parte di genitori abbandonati dal coniuge e scelta per il figlio da parte delle ragazze madri: un segno evangelico che si mostra nella sconfitta. Conversioni
inaspettate di drogati e morenti di aids: anche questa è una grazia nel peccato e sta a dire che oggi come ai tempi di Gesù “ai poveri è annunciata la buona novella”. Nell’additare questi segni – e ogni altro che ci sia donato di porre – a noi stessi e a coloro che sono senza speranza, dovremo assumere l’atteggiamento umile, fraterno, amichevole che ci è dettato da un altro passo scritturistico che ci vuole “lieti nella speranza e forti nella tribolazione”, che è un altro modo di dire “afflitti ma sempre lieti”: “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto (…). Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina” (Romani 12, 12-20). L’esperienza del dolore ci accomuna all’intera umanità e ci permette di esortarla e di guidarla a sperare sapendo di che cosa dispera e potendo annunciare che un giorno verrà l’ira dell’Agnello (Apocalisse 6, 16) a vendicare ogni ingiustizia. L’ira di colui che ha patito il dolore e la morte ed è entrato in ogni sofferenza umana per poterla riscattare.


