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seminario
in collaborazione con Provincia di Bologna
Strutture in conflitto e architetture di pace - 2
Abitare in condominio in tempi di diffidenza
Marco Castrignanò, giovane sociologo bolognese, dice che il globalmondo contrappone la società dell'inclusione che produce "spazio" a quella dell'integrazione che produce(va) "territorio": nella prima prevalgono i fruitori o users, nella seconda gli abitanti. La diffidenza e l'enfasi attribuita al problema della sicurezza sono strettamente legate alla sensazione di minaccia, di non-cura che gli users trasmettono.
Guido Moretti, architetto bolognese che ha realizzato in Algeria la Casa de la Mujer all'interno di un villaggio provvisorio per le popolazioni salawi, illustra con belle immagini e sentita partecipazione le premesse del suo lavoro: una panoramica della "architettura del deserto" di millenaria tradizione (gli insediamenti ipogei, il patio e la corte, le torri del vento, le cupole), una visione che rovescia quell'idea di "città diffusa" (à la Los Angeles) che si sta imponendo in tutto il mondo e che invece valorizza la sottrazione, in funzione del tutto coabitativa e pacifica.
Nihad Cengic, restauratore bosniaco da tempo in Italia, conclude con una calda testimonianza: avendo visto i propri fratelli scannarsi per un ponte e innalzare simboli religiosi - e quindi di pace - come armi, come vessilli di contrapposizione, sogna un mondo della doppia patria (i balcanici amanti dell'arte sono soliti dire che hanno due patrie, quella in cui sono nati e l'Italia), o magari della tripla, della quadrupla patria, dove riti e credenze possano convivere o addirittura quasi coincidere. Ma non c' è da illudersi, si sa. Quali possono dunque essere i mattoni per un'architettura di pace? Formule magiche non ne esistono, ma due piccoli concetti-precetti forse si possono proporre: 1. conoscere bene la propria cultura (l'ignoranza è il concime della diffidenza); 2. non valutare la cultura altrui con i parametri della propria.


